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Non inseguire la performance e punta alla salute

Sto ricalibrando tutto, dai risultati alla missione.

Ho capito che si è troppo focalizzati sul risultato.

È questo il vero problema del miglioramento.

Il risultato del dimagrimento, del test, del tempo, del passo al km, dei watt medi o della potenza normalizzata: tutti i dati e i numeri legati alla performance.

Ed è giusto monitorarsi, analizzarsi.

Ma non può essere solo questo, come molti di voi avranno capito leggendo queste newsletter.

Il miglioramento a cui aspiro, come persona e come missione di vita, è globale, olistico, e riguarda tutte le aree dell’esistenza.

Diventare una persona più in salute, non solo più performante nello sport.

Più saggia. Più sociale. Con più senso civico.

Sulle qualità morali gli stoici hanno scritto pagine intere, e il capostipite di quel pensiero viene fatto risalire a Seneca.

4 regole per un processo infinito

Questo percorso potenzialmente non ha mai fine, perché tutti possiamo sempre migliorare in qualche area, o darci nuovi obiettivi.

Ho individuato quattro punti fermi per migliorare il nostro percorso, missione, tentativo di miglioramento:

1. Evitare il confronto continuo con gli altri.

Lui o lei è più bravo, più intelligente, più veloce, più potente, ha più massa muscolare.

Finirete in una spirale in cui non sarete mai contenti: esisterà sempre qualcuno più bravo di voi in qualcosa.

2. Un passo alla volta.

Non puntare subito alla cima.

Pensa nel breve termine a cosa puoi migliorare a partire da oggi, e impegnati a farlo il più a lungo possibile.

Costruisci competenze e skill, avvicina comportamento, attitudine e abitudini alla persona che vorresti diventare.

3. Visualizza l’obiettivo.

Il tipo di vita che vuoi condurre, il tipo di prestazione, la persona ideale, la giornata ideale, le persone da frequentare.

La mente influenza drasticamente le nostre scelte e azioni.

Anzi, queste vengono plasmate ogni giorno dal nostro subconscio.

La buona notizia è che il subconscio è totalmente plasmabile, a nostro piacimento.

Nietzsche l’aveva intuito, e aveva chiamato questa capacità di creare nuovi valori da sé “Superuomo“. Io, nelle mie newsletter, parlo di superatleti.

4. Non ossessionarti.

Tutti amano ripetere che l’ossessione batte il talento, e in parte lo penso anch’io.

Ho visto risultati arrivare grazie a impegno, costanza e dedizione, pur non essendo super talentuoso in un’area della vita particolare, sport compreso.

Ma il punto ora non è più diventare una persona di successo, scalare posizioni, avere risultati, battere la concorrenza o gli avversari sportivi.

Il punto — della mia newsletter, e del senso che do alla vita — è trovare missione, gioia, serenità, un significato prima di tutto attribuito da noi stessi, e un appagamento quotidiano, come se ogni giorno fosse un piccolo miracolo da non sprecare, e non in ultimo la salute vera.

La trappola della dopamina

Ma siamo sicuri che valga sempre il principio secondo cui faticare, sudare, fare sacrifici — come ci hanno insegnato le vecchie generazioni — ripaghi sempre?

Io non ci credo più.

Rovinarsi la vita, andare in burnout, soffrire, tenere duro, stringere i denti, no pain no gain e tutte le altre cavolate da sogno americano, nella speranza che un giorno — forse — si possa in qualche modo diventare felici?

Quante persone conosco — pazienti, clienti, amici, o anche solo conoscenti incrociati in uno scambio di battute — che vivono proiettate nel futuro, convinte che saranno i risultati futuri a renderle felici.

In realtà, quel senso di felicità che provano parlandone nasce già ora, dal rilascio di dopamina: il cervello non distingue davvero tra presente e futuro, percepisce sensazioni e reazioni biochimiche associate al risultato, e queste ci danno gioia a prescindere da tutto quello che manca ancora per arrivarci.

E nel mezzo, quasi sempre, ci sono turbolenze che tendiamo a sottostimare, perché l’obiettivo ci sembra sempre più vicino di quanto sia in realtà: si tende cioè a sottostimare le fatiche.

Poi c’è l’altra categoria di persone, quella che si scoraggia solo a immaginare certe dinamiche future, e azzera del tutto le proprie ambizioni, accontentandosi della vita che sta conducendo: “è così che fanno tutti, è così che funziona.” Non esiste errore più grande. In questo caso specifico si tende a sovrastimare le fatiche.

La differenza tra vivere e consumare

Negli obiettivi che ci diamo, di solito seguiamo questo ordine, o alcuni consulenti ci consigliano di partire da questo: perché, come, cosa.

Io credo che il “come” venga ancor prima del perché, ed è l’elemento centrale: non puoi esaurirti, non amare — o addirittura odiare — ciò che fai ogni giorno, con la speranza (o per alcuni l’assoluta certezza) che un giorno sarai felice, perché allora potrai comprarti una casa più grande, una bici o delle scarpe più belle, un’auto di fascia più alta.

Il risultato è che nel tempo libero finiamo per consumare, non per vivere davvero.

E la mia visione è che, continuando su questa strada, finiremo anche per consumare noi stessi.

A tutto questo si aggiunge quante influenze subiamo ogni giorno.

Dalle altre persone, all’ambiente, dai genitori, dalla società, dalla cultura vigente, dai professori, dai social, dai libri — difficile persino stimarne il numero. E ora ci mettiamo anche l’intelligenza artificiale, come ulteriore agente che sembra poterci guidare meglio nelle scelte, o in certe operazioni.

Siamo, di fatto, nel caos più totale — quella che chiamo entropia, e che Nietzsche aveva già identificato nello spirito dionisiaco dell’universo.

Più andremo avanti con tecnologia, tecnica, automazione e AI, più ci sembrerà di avere meno impegno, delegando il lavoro a tool, agenti, sistemi e strumenti.

Ma non stiamo considerando che tutta questa mole di dati va comunque interpretata, e non possiamo passare altre ore dopo l’allenamento ad analizzare risultati e parametri.

Va bene, ci sarà l’AI che ci dirà tutto” — in parte è vero, ma non illudiamoci che questo ci slegherà davvero da altre incombenze.

Quello che noto, ripercorrendo gli ultimi due secoli, è che delegare i compiti alle macchine — o in futuro (breve) a super-intelligenze — non è detto che ci salverà dal lavoro in sé.

Il rischio è che passeremo la giornata a ruminare, analizzare, costruirci castelli sempre più complessi, nella speranza di scovare l’enigma della performance o della vita.

Finiremo in burnout ancora di più, dedicandoci ad altri lavori o attività, invece di ridurre davvero il carico — come ci era stato promesso un tempo con l’avvento delle macchine e dell’automazione, che avevano tolto gran parte del lavoro manuale.

Eppure siamo finiti chiusi in ufficio, gran parte di noi, a lavorare otto ore al giorno per un’azienda di cui magari non ci importa nulla, o di cui non condividiamo i valori, solo per il mero atto di sopravvivenza: avere del grano a fine mese per pagare spesa, bollette, mutuo, figli, passioni. E non è per forza un male, né colpa nostra: è il sistema lavorativo industriale che ha preso questa direzione e ci siamo semplicemente adattati. ora ho menzionato l’azienda, ma vale anche per i liberi professionisti, consulenti, e sanitari in generale, arrivando ad avere agende e appuntamenti fuori dal normale.

La rivoluzione parte da noi stessi

Lavorare tre o quattro ore al giorno — magari iperconcentrati, e bene, per una missione di valore, aiutando gli altri — e passare il resto del tempo a fare sport, rallentare, stare in natura, meditare, o semplicemente non fare niente: oggi viene percepito come una follia, quasi un insulto ai valori della società occidentale basata sul lavoro.

Ci siamo dimenticati completamente del leisure time, dell’ozio.

Questo riposo oggi è in gran parte concepito per ristorarci in funzione del lavoro, e si incarna bene nel weekend. Quindi non è vero e proprio tempo libero, ma parte del sistema lavorativo: riposati che poi lunedì servi essere produttivo e disponibile. Il pensiero di ricominciare poi spesso ci attanaglia, e di fatto gran parte delle persone con cui parlo odia il lunedì.

Serve nell’atto pratico, a mio avviso, un cambiamento radicale del sistema, dalle radici, dalle fondamenta. e che nelle prime newsletter ho chiamato via del bosco.

E se questo non può ancora accadere a livello politico, sociale, lavorativo, perché al di fuori del nostro reale controllo, la cosa migliore che possiamo fare è cambiare noi stessi come persone, in primis.

Perché società, valori, cultura e tradizione non sono altro che il riflesso delle nostre personalità, del nostro mondo interiore, di ciò a cui decidiamo di dare valore.

Oggi diamo valore all’apparenza, all’apparire, ai social, allo status — spesso in una corsa folle alla competizione, calpestando gli altri, secondo la dinamica di natura ancestrale preda-predatore, dalla scalata sociale a quella sportiva.

Elon Musk ci dice che per avere successo dobbiamo lavorare almeno il doppio, il triplo della concorrenza.

Le imprese di Tadej Pogačar sembrano comunicarci che se non ti alleni per un certo numero di ore a settimana sei fuori dai giochi — o che se non hai talento meglio lasciar perdere, anche alla gara del paese. I record del mondo ci raccontano storie di sudore e dedizione.

Ma siamo sicuri che sia davvero questo che vogliamo?

Non facciamoci ingannare dal risultato finale: a contare è il processo, il viaggio, la routine quotidiana. Se quella routine ci fa schifo, allora è il caso di riconsiderare l’obiettivo.

Ecco perché anche il mio sguardo si apre non solo alla massima performance — mi piace ogni giorno fare sport e testare le mie capacità in allenamento, ed essendo una passione non vedo perché non dovrei puntare al miglioramento.

Di altro vorrei puntare alla massima salute, che contempla mente, socialità, benessere, e i pilastri di salute di cui parlo spesso e che considero imprescindibili.

Questa sfera la chiamo biohacking, e nel mio caso non ha lo scopo di “non voler morire” o certe aspirazioni alla Bryan Johnson. Se mai l’allungamento della vita sarà una conseguenza di questo percorso, non certo l’obiettivo principale.

Da farmer a cacciatore: la nostra natura

Qualche giorno fa ho letto una newsletter che parlava dell’ipotesi hunter vs farmer: l’idea che alcune persone siano biologicamente più simili a “contadini“.

Funzionano per ripetizione, routine fissa, stessi orari, stesso lavoro, giorno dopo giorno, senza che questo le logori.

Altre invece siano più simili a “cacciatori“: conservano energie, osservano, e quando arriva il momento giusto si lanciano con tutto ciò che hanno, per poi tornare a ricaricarsi. Gli autori facevano l’esempio di Leonardo da Vinci, che passava le giornate a osservare, disegnare, incuriosirsi — apparentemente “pigro” giorno per giorno, ma capace, su scala di anni, di produrre capolavori.

Il punto centrale, però, non è scegliere una fantasia di ozio permanente:.

Anche il cacciatore, per essere sostenibile nel mondo moderno, deve riconoscere le proprie finestre cognitive migliori, proteggerle come un territorio, e imparare a creare le condizioni giuste perché l’intuizione o la motivazione arrivi, invece di aspettarla passivamente.

Ci ho ritrovato molto di quello che sto raccontando in questa newsletter.

Anche io, negli ultimi anni, ho vissuto secondo la logica del “farmer”: orari fissi di lavoro, allenamento pianificato al minuto, analisi costante dei dati, inseguimento del risultato successivo. Lavoro, allenamento, lavoro, pasti pianificati, elaborazione di programmi alimentari a pc, mi reco in ambulatorio e torno, e così via. Una vita che fanno direi tutti o quasi, nella norma.

Ora sto imparando a riconoscere i miei momenti di massima energia — mentale, creativa, fisica — e a costruirci attorno la giornata, invece di forzarla dentro uno schema rigido pensato per qualcun altro. Ed è, in fondo, la stessa idea di fondo di tutto questo pezzo — smettere di misurare la vita a ore lavorate o a watt prodotti, e iniziare a misurarla per ciò che davvero costruisce, nel tempo, la persona che voglio diventare l’indomani.

P.S. la prossima missione personale da qui ai prossimi mesi e anni sarà di ricercare e fornire ingredienti sani, naturali, ma specifici per la performance di endurance. 

Metterò da parte quasi tutto quello che mi distoglierà dal realizzarlo. 

Il progetto di nutrizione sportiva si chiama VALE: il primo drink mix con amarena crioessiccata è il Vale100 ed è già ordinabile sul sito valesportnutrition.com.

Dott. Samuele Valentini