La maggior parte delle persone non vive bene lo sport.
Come competizione, rivalsa, dimostrazione agli altri delle proprie prestazioni.
La verità è che agli altri non interessano i tuoi record.
Anzi, quasi li infastidiscono, e se possono, provano a superarti.
Concepisco lo sport come fonte di socialità, crescita personale, incontro e network: scambio di idee, cultura, confronto diretto sul campo.
Soprattutto fonte di socialità.
Penso di aver fatto molte più conoscenze, creato amicizie, condiviso esperienze memorabili, che negli studi universitari.
Dipende tutto da come tu decidi di interpretare lo sport.
Nutrizione, integrazione, recupero, tecniche di biohacking rimangono la base, certo.
Ne parlo sempre e continuerò a farlo.
Ma prima di arrivarci, in questa newsletter voglio affrontare n.3 punti critici che vengono prima di tutto il resto, perché senza risolverli nessuno strumento di nutrizione o biohacking serve davvero a qualcosa.
- Licenziare il coach-giudice interno, quella voce che non è mai contenta.
- Ascoltare la seconda vocina, quella che ci dice davvero cosa ci fa stare bene.
- Togliersi i chiodi dalla testa, cioè tutto ciò che ci blocca e rallenta.
Partiamo dal motivo per cui, in fondo, scegliamo di praticare uno sport.
Il vero motivo per cui dovremmo farlo, e io in prima persona, non è dimostrare quanto siamo forti.
Al massimo dimostrarlo a noi stessi.
I sacrifici pagano, e dovremmo esserne i più felici in assoluto, senza aspettarci che gli altri siano sorpresi o ci facciano i complimenti.
E anche se ce li fanno, potrebbero non essere sinceri.
E anche se lo fossero, dobbiamo evitare a tutti i costi di puntare alle nostre performance per le aspettative altrui, o in attesa di essere complimentati.
Nel tempo ho imparato a evitare questa trappola delle aspettative e del parere altrui, non solo di conoscenti, estranei, amici, ma anche degli amici più stretti, così come di parenti e genitori.
Molti giovani si impegnano in qualcosa per ottenere come gratifica il parere positivo dei propri genitori o compagni di allenamento.
Non te ne faresti niente.
Anzi, se basi il tuo sacrificio e i tuoi obiettivi su questo, sei completamente fuori strada.
Rischi ogni volta di aspettarti qualcosa in cambio, e se non dovessi avere successo o riscontro, rimarrai malissimo.
L’ho vissuto in prima persona, nel momento in cui ho iniziato ad arrivare davvero a un bello stato di forma fisica (es. 5,2+ W/kg, peso ottimale, ecc.) e a risultati in gara: passo elevato, medie alte, wattaggi alti per più tempo in salita, e così via.
Quello che scrivo e condivido con voi, sappiate che non è assolutamente per ottenere in cambio un vostro “wow, guarda il doc che vola, ha una condizione strepitosa“. O meglio se lo pensate mi fa piacere, ma non è questo il mio obiettivo nel processo di condivisione.
Tutto ciò che facciamo dovremmo realizzarlo per il nostro benessere, per la nostra rendicontazione personale, nonché per il confronto e la soddisfazione puramente interiori.
Questa soddisfazione va quindi cercata internamente, nel proprio io, come esercizio e meccanismo di introspezione.
Quasi un’osservazione interna dei propri pensieri.
Mai nell’attaccamento esterno: al parere altrui, agli oggetti, alle cose, ai risultati, al confronto.
Nel momento in cui traiamo soddisfazione dal nostro io migliorato, il gioco inizia, e con lui il divertimento.
1. Licenziare il coach interiore
Molti di voi lo fanno già, ma anche in questo caso in modo negativo.
Prestano attenzione alla vocina interna, la seconda voce, specie quella del giudizio.
Ma la prima cosa da fare deve essere letteralmente licenziare il nostro giudice interno.
Non dobbiamo sempre dare un risultato alle nostre esperienze: “sei andato male”, “potevi fare così o cosà”, “hai mollato”, “non sei abbastanza bravo o capace“, e così via.
Lasciate stare il giudizio di quella voce, che io chiamo il nostro “coach“.
Questo coach, purtroppo, non sarà mai contento: non osserva i miglioramenti, ed è sempre alla ricerca del prossimo passo, prestazione, gara, obiettivo, senza focalizzarsi sul presente né sui passi avanti che davvero abbiamo fatto, anche se piccoli.
Questo è il vero problema legato al miglioramento.
Io parlo spesso, da nutrizionista, di tecniche di biohacking, marginal gains, dieta di precisione, integrazione di carboidrati personalizzata, e così via.
Tuttavia, se non risolviamo questo problema interno, mentale, introspettivo, e non licenziamo nell’immediato il nostro coach e giudice interno, non potremo mai migliorare con gli strumenti sopra citati di cui parlo.
Siate sempre grati di quello che avete fatto, anche se poco.
Anche se solo un allenamento breve. Anche se avete tenuto il passo di uno più forte di voi solo per poco, prima che vi lasciasse lì. Anche se avete fatto solo una salita o uno sforzo ridotto rispetto a quanto prospettato, per via del caldo o altro. Anche solo metà del lavoro, perché poi non avevate motivazione.
Potete comunque scegliere di concentrarvi su ciò che è andato bene.
Per esempio, nei casi sopra citati:
- Potevate non allenarvi per niente, stare sul divano o scrollare la home page dei social: qualcosa è meglio di niente.
- Siete riusciti ad allenarvi con qualcuno più forte di voi, anche se per poco o ogni tanto.
- Nel caso della salita, meglio una salita che solo sempre pianura.
- Nel caso del lavoro specifico, qualche ripetuta l’avete comunque messa in saccoccia: è inutile perseverare se non vi sentite bene o non ne avete voglia.
Potrei continuare all’infinito: questo principio si applica a tutte le aree della vita. Ed è lo stesso principio che vi permette di migliorare, di essere costanti, di non annoiarvi, di non abbandonare, e di vedere risultati reali nel tempo.
Il perché non basta: serve anche il come
Secondo Simon Sinek, esperto consulente aziendale, è il perché a muovere il mondo.
Attenzione però: il perché ho imparato che non basta. Deve essere posta attenzione anche sul come, non solo sul perché.
Mi spiego meglio: il come facciamo una cosa, come seguiamo un programma di allenamento, o come ci alleniamo in generale è forse ancora più importante del primo. Qui provo a sfidare Sinek, almeno per quanto mi riguarda.
Non conta infatti solo perché decidiamo di fare una cosa, che sia un nuovo progetto, un obiettivo, una prestazione, una gara, un’attività lavorativa, un business e così via.
Conta il come molto di più: qui interviene la parte etica e strettamente personale.
Pensare solo alla motivazione non tiene conto del fatto che una cosa ci possa piacere o meno.
Come lo facciamo: esaurendoci, andando in burnout, con sensazioni negative tutto il tempo, sperando che poi i risultati finali ci risollevino l’animo o il morale? Non funziona così.
Non possiamo dirci:
- “Perché se divento bravo posso essere in mostra, avere successo, soldi, e un riconoscimento.”
- “Perché è una cosa richiesta dal mercato, è la soluzione a un problema di cui le persone hanno bisogno.”
- “Perché lo fanno tutti e io devo essere il migliore.”
- “Perché è così che funziona.”
In queste motivazioni manca un elemento fondamentale: la passione, il drive, il piacere nel viaggio, la nostra missione, la nostra inclinazione.
È inutile bruciarsi nel gioco della performance con allenamenti, attenzione alla dieta e così via se poi non c’è divertimento, e lo si fa solo per arrivare prima degli altri e ottenere riconoscimenti.
Lo stesso Pogačar ha ammesso di essersi stufato, di sentire un peso enorme, nonostante sia il più forte di tutti i tempi. Lo stesso Pedersen ha ammesso che non vorrebbe mai che suo figlio scegliesse il ciclismo, e che lo sforzo vissuto in quel modo è tutto fuorché sano e raccomandabile.
Capite quindi che la chiave non è cercare il risultato finale — la vetta, i soldi, il riconoscimento, il successo di un progetto o di una performance — se non ci innamoriamo, se non siamo appassionati degli step che ci portano là.
Quando ho formulato il Vale100, mi sono chiesto più volte: è davvero quello che voglio?
Solo dopo varie riflessioni sono arrivato alla conclusione che per me è una passione fornire un carburante naturale, privo di conservanti, con la frutta crioessiccata, un elemento cioè che non si era mai pensato né visto prima nella sport nutrition. In primis, con le formulazioni artigianali avevo già aiutato me stesso e alcuni atleti del circondario: perché non estendere questa possibilità ad altri?
Se non mi fosse piaciuto ricercare, formulare, trovare alternative naturali a ciò che l’integrazione industriale sportiva moderna offre, non mi sarei mai messo in questo impegno e in questa avventura, visto che ho già un lavoro, diversi impegni, e la passione sportiva che richiede il suo tempo.
2. Ascoltare la seconda vocina
Il secondo punto per migliorare veramente è ascoltare la seconda vocina interna, quella che ci dà segnali chiari ma che spesso sopprimiamo.
Non ascoltare il coach che fa il giudice, che emette sentenze, e che ci punisce ogni volta che non abbiamo raggiunto un risultato di valore.
Ma ascoltare, invece, quella voce che ci dà segnali positivi, che ci dice in segreto cosa ci fa stare bene e cosa dovremmo seguire.
Se il Vale100 è qui oggi, è grazie a lei, e chissà dove altro mi porterà. In parte lo so, e ve lo posso dire, almeno per i prossimi step nel breve termine.
I prossimi obiettivi saranno evadere dal traffico, dal caos e dallo smog il più possibile: in primis cercando strade alternative meno trafficate, e soprattutto facendo più salite, che alla fine è il secondo modo migliore per farlo, per arrivare in nuove valli e su nuove strade. In terzo grazie allo sterrato, quindi in sostanza più gravel e MTB.
Se avessi seguito il coach interno, o l’orgoglio personale, avrei continuato su strada con altre gare, vista la condizione in crescita e i risultati che potrei sicuramente migliorare nelle granfondo più dure e partecipate d’Italia.
Ma la mia vocina è apparsa chiedendomi: è davvero quello che vuoi? No. Non sono quel tipo di sportivo che ha bisogno di una gara ogni domenica. Ho capito che mi bastano pochi eventi, anche solo uno o due all’anno, per divertirmi e arrivare preparato e in forma, il che porta comunque a bei risultati.
Più avanti parlerò della prossima sfida sportiva, che sapete identifico in una gara, intesa come messa alla prova delle mie capacità.
3. Togliersi i chiodi dalla testa
Il terzo punto per il miglioramento è togliersi i chiodi dalla testa — in senso figurativo: quegli elementi che sono di impedimento, che non ci fanno bene, che non riusciamo a scrollarci di dosso, che rallentano o bloccano la crescita personale.
Per alcuni può essere una dipendenza — affettiva, da alcol, da droghe, da caffeina, o simile. Per altri, una persona che si dimostra ripetutamente per quello che è, e che non potrà mai migliorare nonostante i tentativi, rappresentando di fatto un ostacolo (una o più persone, come nel caso di gruppi che ci intrappolano in cattive abitudini, sensazioni, discorsi o atteggiamenti). Può essere anche un nostro atteggiamento, non necessariamente dipendente da relazioni esterne: arrabbiarsi in certe circostanze, stressarsi, lavorare troppo, abituarsi a ritmi che non ci appartengono, dire sempre sì ed essere abituati a essere sempre disponibili.
Vi invito il prima possibile a tagliare e rimuovere questi chiodi piantati nel cervello — non so perché, ma mi piace chiamarli e immaginarli così. Sono impiantati, non sono spine: se fossero spine sarebbe facile rimuoverli. Spesso sono lì da talmente tanto tempo che serve uno sforzo immane per rimuoverli.
Il primo risultato è il dolore, come nel caso dell’aragosta che deve liberarsi della sua muta: cresce talmente tanto che prova un dolore immenso quando il corpo non ci sta più nella sua corazza. Ma può fare solo una cosa: distruggerla, farla in mille pezzi, uscire dalla zona di comfort, per vivere finalmente libera.
Nel mio caso, per esempio, l’ho fatto diverse volte con persone, cose, atteggiamenti — e ho ancora da migliorare, e l’ho rifatto proprio di recentissimo (leggi di seguito).
Il grande cambiamento
Nel caso del lavoro, da settembre ho preso la decisione di smettere di fare visite cliniche generali. Anche se ce n’è il bisogno, mi sono reso conto di aver perso la passione, e che ora è passata tutta al ramo sportivo.
Ci ho messo 6 anni per arrivare a questa conclusione, pensate, quando potevo farlo molto prima. E c’è chi ce ne mette molti di più.
Non è facile interrompere percorsi alimentari di persone che seguono le tue indicazioni, hanno risultati, sono felicissime, e ti considerano il loro punto di riferimento — tanto da raccomandarti a parenti, familiari, amici. È il più grande atto di fiducia, e ne sono grato.
Ma ancora una volta torniamo al primo punto: non posso basarmi sulle aspettative altrui, anche quando si tratta di complimenti.
Sono arrivato alla consapevolezza, a 31 anni, che devo sempre ascoltare prima me stesso: cosa voglio davvero, cosa mi fa stare bene, e dove di conseguenza esprimo di più le mie potenzialità.
La notizia, quindi, è che da settembre sarò costretto a interrompere centinaia di percorsi, nonostante si tratti anche di un bel calo economico. Ma quest’ultimo non deve essere ciò che ci guida nelle scelte iniziali. Altrimenti vi garantisco che non vivremo una vita felice. Non dico “di successo”, perché non sarebbe vero: dico felice, e a pieno. E tra le due, preferisco senza neanche pensarci la pace interiore e la felicità, piuttosto che essere felice solo in apparenza per un mero numero su un conto in banca, o per i complimenti altrui.
In pratica, mi toglierò da ben cinque realtà — poliambulatori di cui, dopo tempo, sono rimasto il punto di riferimento per la nutrizione. Anche qui non sarà facile comunicarlo ai titolari, ai colleghi, a chi ha creduto in me. Ma so che è la soluzione giusta per la mia felicità.
Non posso pensare solo a ciò che andrebbe fatto: c’è molto di più.
Smetterò dunque di lavorare? No.
Seguirò anzi meglio, e pochi, sportivi — con percorsi altamente personalizzati, finalmente, che è ciò che mi piace fare. Ho trovato il luogo ideale alla VIVI Clinic, la prima realtà di biohacking e performance in Italia e all’estero. In futuro valuterò anche percorsi online, con l’utilizzo di test e tecnologie da remoto, in modo che possano aiutarmi nei percorsi alimentari e di performance personalizzati.
Una nuova vita, obiettivi, performance, e felicità ci aspetta, non sprechiamola.