C’è una parola che usiamo tutti, spesso a sproposito: tenacia.
Toughness, per chi mastica l’inglese dello sport.
La associamo quasi sempre alla stessa immagine: denti stretti, muscoli contratti, uno che “non molla mai”, forza di volontà bruta. Uno stereotipo da film d’azione più che una caratteristica reale.
E come quasi tutti gli stereotipi, è comodo, semplice da vendere, e sbagliato.
Viviamo nella società più comoda della storia, e ci sta rendendo più fragili.
Non ho bisogno di convincerti che viviamo circondati dal comfort.
Lo sappiamo tutti, lo sperimentiamo ogni giorno.
Il pacco arriva a casa in poche ore. Il cibo iper-processato è progettato in laboratorio per darci la massima ricompensa dopaminergica col minimo sforzo masticatorio. Lo scroll infinito sui social ci offre stimolazione continua senza che dobbiamo alzarci dal divano. L’ascensore è più vicino delle scale. L’auto è più vicina della bicicletta. Il video pornografico più facile del rapporto vero.
Nessuno di questi comfort è “il male” preso singolarmente. Il problema è la somma, ripetuta ogni giorno, per anni: un’intera esistenza costruita per eliminare ogni forma di discomfort.
E il conto arriva sotto forma di:
- Sedentarietà cronica, con corpi che non sanno più cosa significhi un vero sforzo prolungato.
- Dipendenze — da cibo, da social, da pornografia, dopamina facile in generale — perché un sistema nervoso mai allenato a tollerare disagio cerca la prossima scarica di piacere immediato.
- Burnout perché chi non ha mai imparato a stare dentro il disagio controllato collassa alla vera pressione, quella del lavoro, delle scadenze, della vita adulta. E arriva, sempre più spesso, sotto forma di malessere mentale: ansia, senso di inadeguatezza, incapacità di stare fermi con i propri pensieri anche solo per dieci minuti senza un telefono in mano.
Il filo conduttore di tutto questo è uno solo: abbiamo smesso di fare la cosa difficile quando potevamo scegliere quella facile.
L’hard way contro l’easy way. E abbiamo scelto quasi sempre la seconda, ogni volta che potevamo.
Il problema non è che la vita moderna sia comoda. È che abbiamo disimparato a fare show up, a presentarci al disagio quando non siamo obbligati a farlo. E quella capacità, se non la eserciti, si atrofizza come lo può fare un muscolo.
Cosa NON è la vera tenacia
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un post di Steve Magness, uno dei ricercatori sul tema della performance e della resilienza mentale, ex allenatore di atletica ora autore e divulgatore. Nella caption scriveva, in sostanza, questo:
“Sbagliamo a pensare che la tenacia sia questione di persistenza, di stringere i denti, di forza fisica. Non è quello. È la capacità di passare del tempo dentro la propria testa, navigare il caos interno, e arrivare comunque all’azione giusta.”
Magness lo lega a un dato che trovo affascinante, ed è quello che mi ha spinto a scrivere questa newsletter.
Per decenni l’esercito americano si è chiesto cosa distingua i candidati Navy SEAL (forze speciali americane) che superano la Hell Week (l’acronimo è tutto un dire) — cinque giorni e mezzo di sonno quasi nullo, ipotermia in acqua gelida, sforzo fisico e mentale continuo — da quelli che si ritirano.
Uno studio commissionato dalle forze armate ha messo alla prova oltre 2.000 candidati su una batteria di test pensati per misurare forza, velocità, agilità e resistenza, per capire quale disciplina predicesse meglio il successo alla Hell Week.
Ha vinto, nettamente, la corsa sui 4 miglia (circa 6,4 km). Chi la correva in 28 minuti o più aveva meno dell’8% di probabilità di superare Hell Week. Scendere sotto i 26 minuti portava il tasso di successo al 25%. Sotto i 24 minuti, si saliva al 35%.
Non la panca, non i piegamenti, non la forza esplosiva.
Solo la capacità di correre a lungo, in fondo alle proprie riserve.
Perché? Nessuno lo sa con certezza, ma l’ipotesi più solida non riguarda solo l’aerobica in sé. Riguarda quello che succede nella testa quando il corpo è allo stremo.
Un ex SEAL intervistato da Magness ha raccontato che, contrariamente alle aspettative, non erano i giocatori di football — grossi, forti, abituati al lavoro di squadra — ad avere il tasso di successo più alto.
Erano invece gli atleti che arrivavano da sport di endurance: canottieri, corridori, nuotatori. Gente abituata a soffrire, a stare da sola dentro la propria testa.
C’è un parallelo diretto con la ricerca accademica seria sul tema. In uno studio condotto su allenatori di football australiano di élite, quando è stato chiesto loro di elencare le caratteristiche della vera tenacia, al primo posto è finita la capacità di prendere decisioni superiori e consistenti sotto pressione.
Gli attributi fisici sono arrivati ultimi.
In un’altra rilevazione, su oltre 130 allenatori d’élite di sport diversi, la caratteristica più citata come cuore della tenacia non era la forza né la resistenza al dolore, ma la concentrazione.
Il quadro che emerge è chiaro: la vera tenacia non è il classico mito del no pain no gain.
È la capacità di restare lucidi, dialogare con sé stessi in modo funzionale, e prendere la decisione corretta — anche quella scomoda, anche quella che va contro l’istinto del momento — proprio mentre corpo e mente stanno faticando.
Lo sport di endurance sviluppa più tenacia
Qui arriva il punto che mi interessa davvero, perché non riguarda solo i Navy SEAL.
Riguarda chiunque decida di correre una mezza, una maratona, una granfondo, o anche solo di allungare di un po’ l’allenamento, oltre la propria zona di comfort.
Gli sport di endurance — specialmente quelli che ti portano a esaurire davvero le scorte energetiche, a toccare lo sfinimento reale — sono forse l’unico contesto della vita moderna in cui sei costretto, per ore, a restare dentro quel dialogo interno di cui parla Magness. Non ci sono scorciatoie. Non c’è il cellulare o l’home page del social network da scrollare.
Quando le gambe bruciano al chilometro 30 di una maratona, o quando sei a metà di una granfondo con ancora diverse salite da scalare e il glicogeno che finisce, non puoi disimpegnarti.
Devi rimanere lì, dentro la tua testa, che io chiamo “la bolla”, e continuare a prendere decisioni sensate — rallentare o spingere, mangiare ora o aspettare, mollare o continuare — proprio mentre ogni segnale del corpo ti chiede di smettere di pensare e reagire d’istinto.
È la stessa dinamica descritta da chi ha vissuto l’addestramento di sopravvivenza militare: quella conversazione interna a due voci, una metà della mente che urla di rallentare o smettere mentre le gambe bruciano, l’altra che risponde di tenere duro — ripetuta per ore, senza pause, fino alla fine.
La vita moderna ti permette quasi sempre di scappare da quel confronto e sensazione di discomfort.
Lo sport di endurance no.
Ti obbliga a restare e a trovare, ogni volta, la via d’uscita giusta in mezzo al disordine mentale.
È la stessa identica sensazione che ho provato domenica scorsa, scalando il Monte Nerone: 14 chilometri di ascesa, quasi 1000 mt di dislivello, sotto il caldo di agosto, senza un metro d’ombra, in un paesaggio unico ma completamente scoperto.
Per due anni di fila avevo scalato lo stesso monte durante la Randonnée del Catria; l’obiettivo di domenica era abbassare quel personale, fermo a 1h04.
Ma con un paradosso di fondo: niente aspettative, nessuna ossessione da prestazione a tutti i costi. Volevo tenere un ritmo solido, stabile in Z3 tra i 280 e i 290 watt, recuperare nei falsopiani, spingere sopra i 300 watt solo nei tratti più duri. Ho scelto di documentare la salita con qualche ripresa video, qualche foto, di guardarmi intorno invece di spingere come un forsennato e basta. Non ho incrociato una moto, non un’auto, per tutta la salita: solo silenzio.
In quell’introspezione totale, senza nessuno stimolo esterno a distrarmi, ho ritrovato me stesso — esattamente quel dialogo interno di cui parla Magness, senza filtri, senza scuse.
Le gambe pesanti, l’iperventilazione continua, un’ora buona di fatica pura: mi hanno insegnato più loro, in quei sessanta minuti, di qualunque lezione teorica sulla fisiologia dello sforzo.
Più di un’uscita con gli amici, di una mangiata, di una vacanza intera. Eppure, una volta arrivato in cima, è sembrato un gioco da ragazzi — quella sproporzione tra la fatica vissuta minuto per minuto e la leggerezza istantanea dell’arrivo è, credo, un altro pezzo della stessa lezione.
Solo scaricando il giro a casa ho scoperto di essere sceso sotto l’ora per pochi secondi e aver battuto il personale.

Ma il vero regalo di quella giornata non è stato il personale. Per il primo anniversario di matrimonio ho voluto regalare infatti a mia moglie proprio questa esperienza — gratuita, ma tutt’altro che scontata: scalare il Nerone insieme. Lei, che non è una ciclista, ce l’ha fatta. Ritrovarci soli in cima, dopo aver condiviso la stessa fatica e lo stesso panorama, è stato più bello di qualsiasi cena in un ristorante stellato che avrei potuto prenotare.
Mi reputo fortunato ad avere al mio fianco una persona che sa cosa significhi faticare davvero, un’atleta lei stessa: so quanto quella capacità le renderà più semplice ogni altro processo della vita, dal lavoro alle difficoltà quotidiane, fino a una eventuale gravidanza. E riconosco lo stesso beneficio in me: la tolleranza al carico che mi sono costruito in bicicletta la ritrovo intatta ovunque — nelle diete più rigide da seguire, nei periodi di lavoro compresso, in qualunque sforzo prolungato la vita mi metta davanti.

Non serve arrivare a una granfondo epica per sperimentarlo. Basta molto meno: un allenamento più lungo del solito, una corsa spinta oltre la soglia di comfort abituale. Lì dentro c’è già tutto il seme dell’endurance vera — perdurare, resistere, non mollare — che altro non è se non un riflesso fisico della resilienza mentale.
Ci ho messo anni — e decenni di sport — ad arrivare a questa chiave di lettura, ma oggi mi è chiara.
Ho iniziato come alcuni bambini, in bicicletta. A diciotto anni, stufo delle dinamiche del calcio, ho voluto ritrovare quella fatica pura dell’infanzia, aggiungendo nuoto e corsa: è nato così il triathlon, come gioco, come avventura. Poi, negli quattro anni il ciclismo vero, quello delle distanze lunghe e salite: non circuiti da un’ora tutta, ma granfondo, randonée, imprese come la Nove Colli o la Maratona delle Dolomiti.
Mia moglie, all’epoca fidanzata, ha seguito un percorso parallelo: da tifosa alle mie gare di triathlon e ciclismo, si è appassionata alla corsa, ed è diventata runner e maratoneta di livello. Sono contento della sua scelta non tanto per i risultati quanto per quello che correre una maratona insegna: il cuore in gola, il fiato corto, le gambe di marmo, la sete, la crisi energetica. Tutto ciò che di più scomodo il corpo può sperimentare in uno sport di durata è, di fatto, la miglior palestra di vita che conosca.
Da questo percorso è nata l’idea del superatleta: una persona capace di evolvere su quattro livelli — spirituale, fisico, mentale, interiore. Non un fenomeno da social che sciorina imprese senza un briciolo di fatti a supportarle, ma qualcuno che la fatica la sperimenta davvero, in prima persona, e che per questo sa prendere le decisioni giuste e sa spiegare perché vanno prese. Un saggio, più che un semplice performante.
Da questo bisogno è nato un nuovo integratore
Proprio da questo percorso è nata l’esigenza concreta di un carburante all’altezza dello sforzo — qualcosa da consumare mentre si fatica, capace di sostenere davvero corpo e mente nel momento critico.
Dopo tentativi falliti e anni di ricerca e studio in prima persona, sono arrivato al Vale100: polvere di carboidrati naturale con frutta crioessiccata, e l’amarena scelta proprio per le sue proprietà antiossidanti.
Vale100 copre in modo essenziale ciò che serve durante lo sforzo — alto apporto di carboidrati, sodio, antiossidanti — senza conservanti, antiagglomeranti, e tutte quelle scorciatoie che l’industria dell’integrazione usa per rendere i prodotti più semplici da formulare, spesso a scapito della qualità reale.
Una recensione di un atleta che lo usa racconta meglio di ogni claim di marketing cosa significhi questa purezza:

La controprova, un po’ scomoda ma sincera, che si tratta di un prodotto senza conservanti artificiali.
Perché la gara?
La gara serve, in fondo, solo a canalizzare l’energia verso un macro-obiettivo. Potrebbe essere anche solo una sfida personale. Ma nel contesto giusto — con altre persone che spingono al tuo fianco, dopo diverso tempo — la fatica si amplifica, e la capacità di non mollare diventa un asset raro in una società costruita per eliminare qualunque forma di attrito e difficoltà.
Non serve necessariamente arrivare a quel livello per sperimentare la vera audacia di cui ho parlato in questa newsletter. Basta molto meno.
La fisiologia della fatica: cosa succede al corpo
Pratico endurance da quando ero bambino, non per coerenza con una scelta fatta un tempo, né per obbligo. Se mi fossi stufato di faticare, l’avrei smesso.
Coltivo da anni, fin dal liceo e dalle letture di Nietzsche, uno spirito che l’autore definisce aristocratico: scelgo per il mio benessere, il mio autentico sè, senza curarmi troppo di cosa pensino gli altri, parenti e amici stretti inclusi.
Oggi il mio percorso è orientato più verso la saggezza che verso la performance pura, che ne è semplicemente una conseguenza naturale.
Imparare a decidere in condizioni di stress fisico — quando accelerare e quando rallentare, quando riposare e quando attaccare, quando divertirsi e quando dare il massimo — è il vero apprendimento.
Ci vedo anche un filo antropologico.
Studiando come poteva vivere l’uomo ancestrale, e osservando i documentari sulle tribù che vivono ancora oggi allo stato brado, ho trovato una conferma: fisici longilinei, asciutti, muscolosi ma non ipertrofici — tipici degli atleti di endurance, non dei sollevatori di pesi. Le analogie sono ovunque: quando ci alleniamo in gruppo, spostandoci nello spazio per ore, stiamo di fatto simulando le migrazioni delle tribù in cerca di cibo e nuovi insediamenti.
E soprattutto la caccia di resistenza — che richiedeva tempo, pazienza, capacità mentale, resistenza fisica — è probabilmente il motivo per cui ci viene naturale voler faticare in gruppi non troppo numerosi, cosa che cerco ogni volta che posso, sia stato nel triathlon che oggi sui pedali.
Inoltre la fatica, il sudore, l’esaurimento delle scorte energetiche e glicolitiche lo ritengo il più potente stimolo ormetico che esista — più dei bagni freddi, della sauna, della pesistica, di qualunque tecnica di biohacking di tendenza.
Quando spingi il corpo fino a quel punto si attivano pathway cellulari come l’AMPK, il sensore energetico della cellula. Impari a gestire il glucosio e a stoccare glicogeno in modo più efficiente. Attivi la gluconeogenesi. Costruisci nuovi mitocondri (biogenesi mitocondriale) e nuovi vasi sanguigni. Sono processi biochimici notevoli, e non è un caso che l’attività fisica sia stata più volte descritta come un vera e propria terapia contro il diabete di tipo 2: i muscoli, grazie ai trasportatori GLUT4, riescono letteralmente a captare glucosio senza dover passare per la mediazione dell’insulina, alleggerendo il lavoro del pancreas.
Non mi stupirei se un giorno si scoprisse che è anche uno dei più potenti alleati nella prevenzione oncologica — non per tutti i tumori, sia chiaro, ma perché quell’energia e quel glucosio vengono consumati prioritariamente dalle cellule sane sotto sforzo, prima ancora che da quelle patologiche.
E poi c’è l’effetto antinfiammatorio, e il boost motivazionale mediato dalle beta-endorfine: non mi stupirei se un giorno lo sport di durata venisse riconosciuto ufficialmente come un antidepressivo naturale — cosa che, in fondo, sostengo da sempre.
Tutto questo — la biochimica, l’antropologia, la psicologia della decisione sotto stress — converge verso lo stesso punto: lo sport di endurance non è solo un modo per stare in forma.
E’ lo strumento più completo che abbiamo a disposizione per riallenare quella capacità che la vita comoda ci sta facendo disimparare: stare nel disagio, restare lucidi, e scegliere comunque l’azione giusta.
Sto meditando sui prossimi macro-obiettivi: gare di endurance, forse granfondo epiche, forse anche su sterrato. Non mi metto paletti in testa su cosa sia “meglio” prima ancora di averlo sperimentato in prima persona — lo scoprirò facendo, come sempre. Quando sarò convinto, sarete i primi a saperlo.
Nel frattempo, la prossima volta che ti alleni e senti quella voce che ti dice di rallentare mentre l’altra ti dice di tenere duro: sappi che quella conversazione, per quanto scomoda, è esattamente il posto dove si costruisce la vera tenacia.