Viviamo nell’epoca del Biohacking.
Cardiofrequenzimetro, misuratore di potenza, HRV al polso, punteggi di sonno, integrazione mirata, dieta grammata.
Tutto questo rimane un progresso enorme rispetto a qualche tempo fa.
Il monitoraggio oggettivo ci permette di individualizzare i carichi di allenamento e gli obiettivi come mai prima.
Anticipare l’overreaching prima che diventi overtraining.
Correggere in tempo reale.
E’ anche il motivo e la passione che mi guida: personalizzare programmi alimentari e di integrazione per sportivi.
Il problema di questo approccio è l’uso che ne facciamo quando lo trasformiamo nella ricerca di un segreto.
Quante volte abbiamo pensato che il prossimo salto di prestazione dipendesse da un integratore nuovo, da un protocollo di allenamento particolare letto su un forum, da un biomarcatore che finalmente ci avrebbe rivelato cosa manca?
È l’illusione della scorciatoia.
Il corpo si adatta secondo il principio della super compensazione, che richiede tempo, stress ben dosato (ormesi) e soprattutto recupero completo tra uno stimolo e l’altro.
Non esiste un algoritmo che comprima questo tempo biologico.
Esiste solo l‘aderenza ripetuta a un piano che ci siamo detti e posti di seguire in prima battuta.
Chi rincorre l‘ottimizzazione estrema nutrizionale, di allenamento, di ogni singolo parametro, spesso è anche chi attiva cronicamente il sistema nervoso simpatico.
Cortisolo elevato in modo persistente, troppi allenamenti, ricerca del risultato e sempre della prestazione sono campanelli d’allarme.
Lo yang, in eccesso e senza contrappeso, non produce più prestazione. La consuma.
E dall’atleta più performante possibile, il super atleta, si rischia di diventare quello che non migliora più, anzi entra in un ciclo di decrescita, anche mentale.
Ci si è auto-sfruttati troppo, e ne paghiamo le conseguenze con un calo fisico, o mentale, di motivazione a volte, di nuovi stimoli ed obiettivi che abbiamo completamente perso.
Se il negotium moderno è azione, dati, upgrade, ottimizzazione, il suo contrappeso è sonno, camminata, gioco, contatto con elementi naturali, meno dati e più sensazioni.
Non è la sua negazione. È la sua condizione di possibilità ed espressione.
Il sistema nervoso parasimpatico, quello che si attiva nel riposo profondo, nella meditazione, in una camminata senza obiettivo, nella pausa, è il luogo fisiologico dove l’adattamento allo stimolo allenante si esplica a tutto tondo.
Non ci si adatta mentre si suda. Ci si adatta mentre si dorme, mentre si sta fermi, mentre in alcuni momenti si smette di misurare.
Io stesso dopo la Maratona delle Dolomiti ho smesso di pesare gli alimenti, il mio corpo, monitorare l’HRV, eseguire lavori specifici in salita, e così via. E non c’è liberazione più grande di alternare questi momenti.
È qui che la tradizione taoista offre un’immagine più precisa di qualunque grafico.
Yin e yang non sono opposti da scegliere una volta per tutte, sono fasi che si generano a vicenda, ognuna contiene già il seme dell’altra.
Applicato allo sport, non esiste una “fase di performance” e una “fase di riposo” separate nel tempo di una carriera. Non siamo professionisti sportivi.
Esiste nella mia visione piuttosto un’oscillazione continua, quotidiana e stagionale, e la competenza vera non è ottimizzare uno dei due poli, ma saper riconoscere in quale fase ci si trova, oggi.
E soprattutto la direzione, dove vogliamo andare.
Duemila anni prima dell’HRV, tre pensatori avevano già mappato questo terreno, con un linguaggio diverso, a volte agli antipodi, ma con stessa struttura logica.
Epicuro parlava di lathe biosas, “vivi nascosto”.
Bellissima filosofia quella epicurea, che invito tutti a studiare o rispolverare.
Non un invito all’isolamento puro, ma il ritiro dal caos pubblico, dalla ricerca ossessiva di potere e visibilità, fama, ricchezza, verso piuttosto un Giardino di una ristretta cerchia di persone. Chi mi legge dall’inizio sa che ho chiamato questo movimento “la via del bosco”.
La sua ataraxia (felicità) è l’assenza di turbamento, e nasce cioè dall’assenza di agitazione, non dall’assenza di persone come alcuni potrebbero pensare (io stesso all’inizio).
È un dettaglio che si perde spesso quando si cita Epicuro fuori contesto: il Giardino era una comunità, piccola ed elettiva, non un eremo.
Seneca, da parte sua, distingueva otium e negotium non come “campagna buona, città cattiva”, ma come ritiro strategico dagli affari pubblici per riordinare la mente.
Il suo otium prepara e rigenera, non sostituisce l’azione per sempre.
E’ una pausa funzionale, non una fuga definitiva.
E lui stesso afferma che quando sta tra la folla torna più avido, bramoso, geloso, come una critica forte alla vita in mezzo agli uomini indiscriminata, senza un principio di scelta ed elezione.
Lucrezio, infine, cercava nella contemplazione della natura il luogo della verità e della calma, lontano dalla mondanità e dalla ressa.
È la radice più “naturalistica” dei tre.
C’è però un rischio in questa lettura, ed è prenderla troppo alla lettera nel ventunesimo secolo: pensare che la soluzione sia il ritiro fisico, la casa isolata, il trasferimento in campagna. E io ci sono andato vicino un soffio nel cascarci.
Qui interviene un pensatore molto più recente, Lewis Mumford, storico della città, che ha passato una vita a studiare cosa succede quando prendiamo alla lettera l’ideale del ritiro. Ho letto il suo libro la condizione dell’ uomo e ne sono rimasto affascinato, da lì ho approfondito l’autore poliedrico.
La sua critica non è alla città, ma è al suburbio, al modello della villetta isolata circondata da verde con il centro commerciale come unico punto di incontro: una promessa di comunità che si traduce, quasi sempre, in solitudine mascherata da giardino privato.
La sua proposta sono piccoli centri urbani ben integrati nel paesaggio, invece della dicotomia metropoli/isolamento.
Questa visione potrebbe essere un buon ponte tra la filosofia antica e la vita reale di un atleta di oggi: non serve scegliere tra il Foro e l’eremo. Serve un contesto che offra entrambe le cose, in proporzioni giuste.
C’è un corollario pratico a tutto questo, ed è il motivo per cui a volte iaggio, cerco nuovi territori, nuovi gruppi, nuove gare.
ll divertimento, l’esplorazione di paesaggi e persone nuove non è un diversivo rispetto alla performance: è ciò che la ricarica. Quando ci si stacca dal contesto abituale, grazie a nuove strade, nuovi compagni di allenamento, un territorio mai visto, o la vista di un panorama da un angolo diverso, si riaccende quella che chiamo la fame agonistica, lo stimolo competitivo che nell’abitudine si spegne.
È un circolo virtuoso del rallentare: non una rinuncia alla performance, ma la sua fonte di ricarica più affidabile.
Perché scelgo la città, non l’eremo
Come vedrei il luogo ideale?
Ma soprattutto perchè la suddetta ricerca?
Ho capito quanto l’ambiente ci plasmi nel profondo. Nella filosofia di Nietzsche è vero siamo noi a dare valore e significato al luogo, società, valori.
Ma sono anche convinto che il luogo, circolo di persone e ambiente in cui viviamo in qualche modo o nell’altro ci vada a influenzare.
Positivamente o meno dipende proprio da questo ambiente, ecco perchè ci sono così attento e mi piace soffermarmici attivamente.
Tornando alla prima domanda, direi:
- facile accesso alla natura, che sia un parco, il mare, il verde, o l’entroterra nel caso si praticasse ciclismo
- presenza di una o più piazze, centro storico o meno, chiuso al traffico, per favorire luoghi di incontro, anche casuali, o di aggregazione in generale
- servizi a portata
- possibilità e privilegio di muoversi a piedi per fare spesa, andare dal parrucchiere, fare sport, andare a lavoro e così via
- presenza di luoghi di aggregazione, o a forte matrice culturale: teatri, cinema all’aperto, università, scuole e così via
- Avere del verde o micro aree verdi anche all’interno della stessa città: non solo asfalto, muri, ma anche alberi, vista, verde.
Chiedo troppo? forse sì, ma ci sono realtà che si possono avvicinare.
Ho pensato di valutare un trasferimento nell’entroterra dove sono nato, la Valmarecchia: casa isolata, orto, animali, ritmo quasi monastico.
L’ho scartato proprio qualche giorno fa non perchè non mi piacerebbe, ma per un motivo fisiologico e psicologico preciso: il confronto, non la solitudine, è stato il vero moltiplicatore della mia crescita.
L’ho visto in allenamento: se mi fossi sempre allenato da solo, non avrei mai sbloccato il livello di forma che ho raggiunto — i 5,2 w/kg, tempi su certe salite che non facevo nemmeno a vent’anni, piazzamenti tra i primi 15-40 in alcune tra le gran fondo più dure d’Italia.
Questo risultato non è nato da un protocollo segreto: è nato dal confronto sistematico con atleti più forti di me, prima impossibile da reggere, poi, con mesi di costanza, sempre più alla mia portata.
È lo stesso meccanismo che la letteratura sulla social facilitation nello sport descrive da decenni: la presenza di pari più performanti innalza la soglia percepita di sforzo sostenibile.
L’ho visto identico all’università: le classi delle mie due lauree mi hanno costretto al confronto continuo. Se per esempio non capivo un concetto, potevo confrontarmi subito con chi lo aveva compreso meglio, ed è stato tra i motivi per cui ho chiuso entrambe con il massimo dei voti.
E l’ho visto, in negativo, nel giro del bar della domenica: un’uscita che è tutto tranne che amichevole, dove ognuno cerca di staccare il collega.
Mi è capitato più volte di arrivare per primo in cima a più salite. All’inizio è gratificante. Poi diventa un problema: diventi il riferimento, gli altri si aspettano prestazioni da te, e tu smetti senza accorgertene di avere qualcuno davanti a cui rincorrere. È lì che ho deciso di tornare a gareggiare per tornare sulla terra e trovare atleti molto più forti di me. Penso a Luca Cavallo, amatore, che alla Maratona delle Dolomiti mi ha dato mezz’ora.
Se sei il più forte del gruppo, cambia gruppo.
E’ una regola tanto valida in sella quanto in aula, quanto, sospetto, in qualunque ambito in cui si voglia davvero crescere.
Stare nel gregge, da osservatore
Questo è il motivo per cui, ripensando a un possibile trasferimento, sceglierei ancora la città.
Non la metropoli, impensabile per chi ama la natura quanto me, ma una città a misura d’uomo.
La misura d’uomo ho capito essere davvero quello che cerco, e per adesso sembro aver trovato in Rimini.
Ho scelto il centro storico di Rimini proprio per questo: fuori dal traffico, muovendomi a piedi, senza essere schiavo dell’auto, ma dentro una comunità anche sportiva e non che continua a offrirmi confronto.
Non è il ritiro fisico epicureo puro.
È una versione aggiornata, più stoica nell’atteggiamento: restare dentro il gioco sociale — nel gregge — ma con un distacco interiore quasi impassibile, da osservatore delle agitazioni altrui, senza esserne travolto, o provare a farlo.
La disciplina di guardare senza essere trascinati, mantenendo però intatto l’accesso al confronto di alto livello che mi ha sempre fatto crescere.
La vera crescita non è fatta di segreti, ma di stasi e upgrade, aderenza e costanza, azione e riposo che si alternano senza mai fermarsi del tutto su un polo solo. L’ossessione per il risultato estremo — nella performance come nel luogo in cui si vive, come nella posizione che si occupa in un gruppo — è essa stessa l’ostacolo al risultato.
La vera comunità elettiva, quella di cui parlava Epicuro nel suo Giardino, non è la fuga dagli uomini. È la scelta di quali uomini (in senso del genere umano) frequentare — e, quando necessario, il coraggio di cambiarli.
P.S. Qui il video della mia esperienza alla maratona delle Dolomiti, dai dati tecnici alle sensazioni, ai prossimi step.