C’è una sensazione che conosci bene, se ti alleni con costanza.
Quella sete vera, quel bisogno di qualcosa di fresco e frizzante dopo un’uscita lunga o un allenamento durissimo.
Non è un capriccio. È biologia che chiede il suo conto.
Il problema è che oggi, quella biologia, è circondata da scorciatoie, anche pericolose.
Troppa gratificazione, poco impegno
Funzioniamo in modo semplice.
Abbiamo bisogno di stimoli e gratificazione, a fronte di una fatica o di un impegno.
È così da sempre, in modo ancestrale: cibo, acqua, accoppiamento.
E prima di ottenerli, c’era sempre un prezzo da pagare in fatica: cacciare, camminare, corteggiare, cercare.
Oggi è tutto artificiale. E diventa quasi impossibile quel processo di “rebooting” biologico che per milioni di anni ci ha regolato.
Il punto critico reale, oggi, è opposto: troppa gratificazione a fronte di pochissimo impegno.
La nostra natura implica la ricerca costante del piacere, inteso come assenza di dolore.
La ricerca di ciò che ci dà soddisfazione immediata.
In natura era un taglio di carne succulento, un frutto dolce e maturo, un rapporto sessuale, l’acqua fresca di un torrente di montagna.
Cose rare, cose guadagnate.
Oggi la società, e in particolare la necessità di profitto, come dice il termine stesso, si è approfittata di questa natura umana per trarne vantaggio.
E ha trasformato ogni esigenza naturale in un bisogno artificiale, sempre disponibile:
- la necessità biologica di zuccheri dalla frutta è diventata merendine, biscotti, bevande zuccherate, nutella
- il desiderio sessuale ha trovato nella pornografia una scorciatoia illimitata
- l’allevamento intensivo ci fornisce carne prevedibile, a basso costo, senza il minimo sforzo per procurarcela
Abbiamo studiato i meccanismi biochimici cerebrali che generano la gratificazione — l’insula, e soprattutto la corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra.
Quest’ultima non è tanto l’area del piacere: è l’area dell’inibizione.
Dopo una ricompensa, manda segnali a feedback negativo che dicono al corpo “basta, sei sazio, fermati”.
È quello che succede dopo un pasto: non ne vuoi più. È quello che succede dopo un rapporto sessuale, dove l’innalzamento della prolattina spegne il desiderio. È quello che succede con l’acqua, che in eccesso diventa persino tossica.
Una volta capiti questi meccanismi, li abbiamo aggirati appositamente per creare prodotti.
Abbiamo creato cibo che crea dipendenza, pornografia sempre accessibile, bevande zuccherate che berresti a quintali, gelati, patatine, droghe, alcol. E infine i social network, pensati per tenerti incollato allo schermo. Più tempo riescono a rubarti, più è probabile che tu clicchi su una sponsorizzata, o semplicemente continui a scrollare.
Tutto ciò che appare gratuito, o a basso costo, nasconde quasi sempre un conto salato da pagare dopo.
Il porno è gratis, ma nel lungo periodo genera ansia, depressione, bassa autostima, letargia, fino alla disfunzione erettile.
Il cibo spazzatura costa pochissimo, ma in cronico porta a obesità, diabete, ipertensione.
I social sono gratuiti, ma ti mostrano solo la soddisfazione altrui, mai le sconfitte, distorcendo completamente la percezione della realtà, e generando un’altalena dopaminica costante, su e giù, che dopo un po’ produce solo nausea e mal di testa.
Il risultato lo vediamo tutti: i giovani non escono più di casa la sera, nemmeno d’estate. Le piazze si spopolano. I centri storici si svuotano. Perché faticare — uscire, parlare, muoversi — quando c’è un piacere immediato, molto più comodo, a portata di divano?
Il problema non si vede subito. È che si accumula. E un giorno diventa insormontabile: malattie croniche, dipendenze, depressione, disgregazione dei legami sociali.
Aggiungici la difficoltà economica di trovare un lavoro dignitoso, di costruirsi una vita fatta di sport, hobby, interessi — e i nodi arrivano al pettine.
Senza contare l’AI e la robotica, che spazzeranno via ancora altri lavori.
Tutto ciò che nasce per semplificarci la vita, in pratica, finisce per renderci più schiavi.
I social dovevano farci sentire più vicini. Ci hanno reso più invidiosi.
Il passaggio dai campi alle fabbriche prometteva una vita più agiata. È stato il contrario. Dalla fabbrica all’ufficio, la stessa storia: otto ore chiusi dentro, a rincorrere una carriera, ci ha reso più isterici, non più liberi.
E quando l’AI e l’automazione promettono di liberarci definitivamente dal lavoro, non sarà diverso: rischiamo di diventare una massa incapace di pensiero critico, di pensiero creativo, persino delle cose più elementari — perché ci sono le macchine a farle per noi. Utile solo a consumare di più, a scrollare di più.
Se non avviene una rivoluzione della coscienza interna — non esterna, non tecnologica — non trarremo mai vantaggio dalla rivoluzione del nostro tempo.
Lo sforzo prima della ricompensa
Non bisogna eliminare il bisogno di piacere, di gratificazione, di felicità.
Sarebbe innaturale. E anche inutile o controproducente.
Bisogna solo rimetterlo nel posto giusto: dopo lo sforzo, non prima. E non al suo posto.
Se per milioni di anni, prima di addentare un pezzo di carne succulento, o prima di una scorpacciata di fichi maturi, dovevamo faticare, un motivo c’è.
In natura funziona sempre così: prima della gratificazione, uno sforzo variabile.
Vale per il cibo, per l’acqua, per un partner. E si applica, identico, nella società occidentale, industrializzata, civilizzata.
Prima di vedere i frutti del proprio lavoro, serve impegno e costanza.
Prima di vedere realizzato un progetto personale, serve una combinazione di visione, capacità di rischiare, previsione, capacità decisionale. E soprattutto una cosa: il potere di ritardare la gratificazione.
Ne ho parlato spesso. E credo sia oggi una delle abilità più potenti che esistano. Nel mio caso, la alleno soprattutto nello sport, e poi la ritrovo in ogni altro ambito della vita.
Ritardare la gratificazione non è solo forza di volontà. Ha basi fisiologiche concrete, soprattutto se ti alleni per l’endurance.
Lo stress metabolico controllato che sperimenti quando prolunghi lo sforzo, un’ultima salita quando il corpo chiede già di rincasare, un alto ritmo quando sarebbe più comodo rallentare — attiva percorsi ormetici precisi.
L’AMPK si accende come sensore energetico cellulare. Stimola la biogenesi mitocondriale. Favorisce l’aumento dei trasportatori GLUT4, migliorando nel tempo l’efficienza con cui il muscolo utilizza il glucosio. È lo stesso principio per cui uno stimolo di fatica ben dosato, seguito da recupero, produce adattamento. L’assenza cronica di stimolo — la vita comoda — non produce nulla. Solo regressione.
C’è poi il fronte neurochimico.
Allenare la tolleranza al disagio prima della ricompensa rimette in ordine il sistema dopaminergico: i picchi tornano a essere legati a un impegno reale, non a un click, non a uno scroll.
Il risultato, nel tempo, è duplice: una gestione dello sforzo più lucida, e un piacere finale molto più intens, perché guadagnato, non regalato.
Nell’ultimo anno ho iniziato a spostare l’asticella della vera fatica un po’ più in là di quanto pensassi possibile. E sto cercando di allenare questa qualità, soprattutto nello sport, per poi ritrovarmelo intatta nella vita di tutti i giorni.
Nell’endurance è più facile allenarlo. Quando sento la necessità di rincasare, è lì che aggiungo un’ultima salita. Quando il ritmo si alza subito, in gara o in un allenamento di gruppo del weekend, provo a vedere fino a dove riesco a durare a quel ritmo folle. Un’altra salita. E poi un’altra ancora.
Oggi riesco a sostenerlo per 4-5 ore consecutive, senza calare — nemmeno sull’ultima salita, quando il gioco si fa duro per tutti.
È successo anche questo sabato. Un semi-professionista U23, prossimo al salto di categoria, è uscito dal gruppo dopo neanche 40 minuti dalla partenza, su un giro da 160 km. Ho deciso di seguire la mossa. Mi sono poi incollato alla ruota di una bici elettrica che superava tutti a velocità della luce. Non ho mollato. Personale di potenza: 413W per tre minuti, in pianura.
Sono rimasto solo con l’U23 — che tra l’altro ho iniziato a seguire anche a livello nutrizionale proprio di recente — e insieme, con cambi ad alto ritmo tra 280 e 300W, abbiamo proseguito senza che nessuno riuscisse più a raggiungerci.
Abbiamo atteso solo dopo parecchio un paio di coetanei agguerriti alla fontanella. E poi via, ritmo alto sulle salite, sempre sopra i 300W, con tratti a 400.
Ma la parte più difficile non è quasi mai l’inizio. È la gestione del rientro. Spesso c’è pianura, un falsolpiano, un’ultima salita anche leggera, magari contro vento.
E lì l’errore classico è farsi prendere dall’euforia, esagerare per rimanere nel gruppetto dei più forti, e poi pagarla tutta negli ultimi chilometri, in un’agonia totale.
L’ho passata anch’io questa sensazione, anni fa. Oggi lo vedo chiaramente su chi non ha ancora imparato a dosarsi: esplode, presto o tardi.
Si chiama gestione dello sforzo. Ed è un’altra capacità enorme, che si costruisce solo con esperienza e allenamento.
In questo modo mi sono allenato nell’arte di ritardare la gratificazione. Ancora una volta grazie allo sport.
Durante lo sforzo senti la fame vera, la sete vera, la fatica vera, il caldo. E quasi sempre senti lamentarsi chi ti sta intorno: che caldo, che fame, che fatica, oddio è dura.
Non è l’atteggiamento giusto. È così per tutti, ad un certo grado.
Non c’è ricompensa più grande, in un allenamento d’estate, di un bicchiere di bevanda gasata fredda a disposizione, o di quella sosta al bar che di solito mi concedo solo dopo la salita più dura del giro, non prima. Anche solo ritardare quella sosta fa parte dello stesso meccanismo, sempre un po’ più in là.
Ho scelto di allenarmi proprio in questo, perché viviamo nella società della ricompensa immediata, dove tutto è a un click di distanza. Prima voglio guadagnarmela.
Ed è lo stesso principio che ho visto funzionare nel lavoro.
La fiducia costruita attorno a Vale100 e a Carnivore Company non è arrivata da una promessa facile o da una campagna aggressiva, ma da anni di esperienza e studio. Non sono schiavo dei commenti o dei feedback altrui: sono solo la conseguenza naturale del lavoro messo ogni giorno.
La vera ricompensa: Vale Core Recovery
A fine allenamento, che sia un lungo importante o un lavoro impegnativo, finisco quasi sempre per cercare la stessa cosa: voglia di fresco, necessità di frizzante. Da questa osservazione, ripetuta su di me, e raccolta dagli atleti che seguo, è nata un’idea ben precisa.
Nell’ultimo periodo, la prima cosa che andavo a cercare in frigo era il kombucha: una bevanda fermentata naturalmente, dove la fermentazione stessa produce CO2 — quindi frizzante senza bisogno di aggiungere anidride carbonica. Non nego la coca cola, l’aranciata, con ghiaccio e limone al bar, qualche volta. Ma se posso scegliere, cerco sempre l’opzione più naturale, meno industriale.
Il caso ha voluto che durante un viaggio nel parco naturale dello Yellowstone trovassi una variante ancora più gradevole e interessante del kombucha, questa volta fermentata con i fermenti del kefir.
L’ho bevuta al termine di un trekking impegnativo, e ho capito che quel drink era quello di cui avevo davvero il bisogn.
Non solo per il gusto, ma anche per il recupero: conteneva succo di amarena, il famigerato tart cherry, ma non il classico succo, perchè era frizzante.
Da quel giorno è nata una ricerca vera e propria verso una bevanda fermentata al naturale, con kefir e succo di amarena, di cui conosco già bene i benefici dal Vale100.
Il problema è che l’opzione più a portata di mano, dopo un allenamento, resta quasi sempre la stessa: una bibita gassata con pH acidissimo, zucchero bianco raffinato, coloranti e conservanti, come può essere una coca o una fanta. Ti soddisfa sul momento. Ma a causa del troppo zucchero ti torna sete e anche velocemente. Aggiunge solo un carico che, in fase di recupero, il corpo non dovrebbe gestire.
Pensa invece a fine allenamento di bere qualcosa di frizzante, di fresco, di cui hai davvero voglia — ma che non sia la solita bevanda industriale zuccherata.
Che faccia bene al recupero, grazie al tart cherry. Che faccia bene all’intestino, grazie ai fermenti vivi. Una bevanda naturale per il post che chiamo, per ora solo nella mia testa, Vale Core Recovery.
Recovery perchè apporta:
- 100 mg di antiossidanti dall’amarena
- Carboidrati
- Sodio
- Fermenti Vivi
È un’idea che sto affinando, cercando i produttori giusti di kefir d’acqua e bevande fermentate. Ma nasce esattamente dal principio di cui ti ho parlato oggi: prima lo sforzo, poi la ricompensa. E che sia una ricompensa che ti appaghi e al contempo che nutra veramente, il fisico, la mente e lo spirito.
L’obiettivo non è quindi annullare il bisogno di ricompensa, bensì quello di riuscire a riceverla e ottenerla, ma in modo più sano e funzionale alla performance possibile.