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Come trasformare la tua vita in 4 step

Viviamo proiettati al futuro.

Prossima stagione. Prossima gara. Prossimo obiettivo professionale. Prossima macchina, prossima casa.

Passiamo gran parte del tempo a programmare, calendarizzare, idealizzare.

E la vita ci scivola via proprio sotto il naso.

Poi arriva la sorpresa: il gap tra ciò che abbiamo pianificato e ciò che realizziamo è sempre più ampio di quanto sembrava a tavolino.

Visualizzando solo l‘obiettivo finale, in pratica, perdiamo contatto con gli step che stanno in mezzo.

Sottostimiamo la mole di impegno, cambiamento, e lavoro che richiede il raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

Le idee, da sole, non valgono nulla. Nemmeno le buone idee.

Non dico mai “bravo” a chi mi espone un’idea brillante o una sua ambizione personale, come potrebbe essere il

rimettersi in forma.

E non amo essere lodato per le mie.

Un piano è utile, certo.

Ma perdersi nel fascino dell’organizzazione è una trappola.

Ogni idea ha bisogno di un piano d’azione concreto, che può e deve cambiare in corso d’opera.

Senza azione, senza il contatto brutale con la realtà, non esiste nessuna buona idea.

C’è poi chi vive all’opposto: intrappolato nel passato.

Ancorato ad abitudini, compagnie, lavori, relazioni che non cambiano per paura.

Si accontenta per inerzia. A volte spera in un cambiamento, a volte lo pianifica pure, ma non agisce mai davvero.

Vive, senza saperlo, una versione vecchia e obsoleta di sé.

E poi ci sono gli ambiziosi perenni.

“Devo perdere 10 kg.” “Devo migliorare i w/kg.” “Dovrei seguire un’alimentazione più sana.”

Ancora: l’ambizione senza azione non vale niente.

Il momentum: il vero catalizzatore

Gli stoici la chiamavano così: momentum.

Una filosofia da applicare sempre, ovunque, in ogni ambito della vita.

In allenamento, nel mio caso in bici, basta una frazione di secondo per perderlo.

Penso alla salita che manca, alla fatica che dovrò ancora sopportare, e sovrastimo lo sforzo. Ci fasciamo la testa prima di romperla.

Succede anche con gli obiettivi fisici a lungo termine: “Quando avrò questo passo, questa % di grasso, questi w/kg, cambierà tutto.”

Meglio dedicarsi al momentum. Alle singole azioni quotidiane che, giorno dopo giorno, ci portano lì.

Il pensiero “sarò felice quando raggiungerò l’obiettivo” è fallace.

Raggiunto x, ci diamo subito y.

Spesso pensiamo già a y mentre stiamo ancora realizzando x.

È un ciclo infinito di bramosia, e non c’è nulla di sbagliato in questo, è così che ci ha educato la società, ed è anche un modo per combattere la noia.

Nello sport è evidente: finita una gara, pensiamo già a scalare la classifica. Nel lavoro, aspettiamo la promozione. Nella vita, sogniamo la casa più grande, il giardino, la macchina migliore.

Ma far coincidere la felicità con una nuova situazione, specie se materiale, non dà mai la vera gratificazione.

La vera gratificazione, dicono gli stoici, nasce dal godersi il momento presente.

Carpe diem.

Non significa rinunciare ad ambizioni e obiettivi, ma goderci ogni azione, ogni abitudine, ogni passo che ci porta verso quell’obiettivo, senza aspettarci che la felicità arrivi solo alla fine, perché alla fine ci saranno già nuovi problemi da risolvere e nuovi obiettivi da inseguire.

E la gratificazione migliore la puoi trovare non all’esterno, ma nell’interiorità, nel lavoro su sè stessi, nell’ascoltarsi,

nel darsi priorità, nel cercare la pace interiore. E’ una filosofia più orientale-buddista.

Trasformazione: come attuare il cambiamento

Se decidi di cambiare, il consiglio resta: programma, organizza, visualizza. Ma senza perderti nei dettagli. Senza diventare perfezionista.

Il perfezionismo è il peggior nemico del cambiamento.

La fase antecedente al cambiamento è l’esplorazione, l’osservazione, lo studio.

Poi entra in gioco la scelta, che già di per sè crea ansia, come diceva il filosofo tedesco Soren Kierkegaard.

Hai ascoltato la tua seconda voce, quella vocina interna che persiste per settimane, per mesi?

Bene. Passa all’azione. Niente spiegazioni. Niente scuse.

Non sbandierarlo subito a tutti.

Aspetta prima di dirlo a parenti, amici, partner. Al massimo, un accenno senza entrare nei dettagli.

Il rischio è un rilascio massivo di dopamina prima ancora di aver mosso un dito, seguito dal senso di disagio e impotenza quando la realtà si fa sentire.

A un certo punto servono scelte drastiche.

Le chiamo momenti di “all-in“. Non esistono scelte giuste o sbagliate: solo quelle ideali per noi.

Per questo non serve rimuginarci sopra troppo a lungo.

Il primo momento dopo la decisione è disagio puro.

Il “momento dei dubbi”. Mille “se” ti riempiono la testa.

La prima paura è quella del fallimento, ed è proprio questa paura che ci rende perfezionisti, che ci fa partire con un’analisi infinita dei rischi e delle precauzioni da adottare.

Il consiglio: fidati di te oltre misura. Sii quasi presuntuoso. Non lasciare che il beneficio del dubbio si insinui nella tua testa.

Il vero nemico del cambiamento è la nostra mente. La nostra limitatezza. Il nostro io. Se non impariamo a governare sensazioni, pulsioni, ansie, paure, parole — come possiamo pretendere di migliorare?

Do what scares you.

L’ho letto nel libro di Tim Ferriss, “Tools of Titans“, ai tempi dell’università. Fare le cose che ci spaventano, che vorremmo fare davvero.

Oggi lo applico anche a ciò che non voglio fare, solo per allenare la capacità di affrontare la paura.

Una conversazione sgradevole. Un colloquio difficile. Un possibile rifiuto. Un avversario scomodo in bici, che probabilmente mi staccherà. Un giro più impegnativo del solito. La paura di restare soli. La paura di restare senza lavoro. La paura di essere abbandonato. O di non avere più energia a disposizione (e mi può capitare nei lunghi allenamenti). La paura di non arrivare al traguardo in gara.

O anche cose piccole, come chiedere lo sconto per un caffè, solo per il gusto di allenare quel muscolo, dalle piccole alle grandi paure.

Mi è successo di recente, in prima persona: sto affidando a un bravo collega la gestione delle mie visite cliniche nei poliambulatori.

Come rimpiazzo quel “buco” economico? Perché dare lavoro a un potenziale concorrente? Come interrompo il percorso di centinaia di persone soddisfatte? Come lascio realtà che frequento con successo da anni?

Mi stavo focalizzando su ciò che perdevo. Sui vuoti. Sul negativo.

Non sulle mille nuove possibilità che si aprivano, soprattutto nell’ottica di aderire sempre di più alle mie vere passioni.

Non che aiutare le persone a sistemare le analisi, perdere peso, trasformarsi grazie al mio intervento non sia gratificante e utile.

Ma c’è qualcosa che potrebbe farmi stare ancora meglio. E visto che l’unica certezza è quella di avere una sola vita, non voglio accontentarmi.

Benefici e risultati: il caso Vale100

È successo lo stesso con il lancio del Vale100 e del progetto Vale.

Ho già un ottimo lavoro da nutrizionista. Mi sarebbe potuta bastare l’integrazione generica che usavo. Ma volevo di più: creare qualcosa di cui beneficiare in prima persona, come atleta. Essere io il primo cliente soddisfatto.

Leggendo le etichette degli integratori sportivi in commercio, sapevo che si poteva fare molto meglio. Estremamente meglio. E tra mille visite e allenamenti, ho deciso di formulare il Vale100 lo stesso.

Nessuna volontà di costruire una start-up da un milione di euro. Nessuna fretta di arrivare sul mercato. Nessuna scorciatoia.

Mi sono goduto ogni fase: la scelta degli ingredienti più naturali, lo studio dei paper scientifici sulla nutrizione nello sport di endurance, il contatto con fornitori, produttori, magazzino, consulenti, grafici di prodotto.

Sapevo che ogni step, fatto nel modo giusto, era propedeutico al successivo — fino ad arrivare, finalmente, a toccare con mano il Vale100. Come un artigiano.

Un’esperienza bellissima.

Il risultato: 100 g di carboidrati in soli 3 misurini, con frutta crioessiccata — l’amarena nella variante Cherry Fuel (per ora l’unica) — mai usata prima nel campo della sport nutrition.

Una parte di me voleva scalare subito. Creare un intero catalogo: gel, pre, post, elettroliti, proteine, bevande sportive, gusti alternativi. Ma ho saputo aspettare. Non era il momento giusto.

Solo oggi, dopo aver ridotto drasticamente le visite in studio, posso tornare a ricerca, formulazione, avviamento di nuovi prodotti. E portare avanti il progetto Vale, che chi mi segue da tempo conosce.

In questo percorso, non voglio dimenticare il resto: riposo, allenamento, tempo con mia moglie, tempo lento, lettura, meditazione.

Il vero obiettivo è aiutare gli sportivi a disporre di integratori naturali specifici per l’endurance. Ma non posso vivere agli antipodi di quello che predico. Dodici ore di lavoro al giorno, sentirmi uno straccio, mangiare male e veloce per tornare al lavoro, saltare la colazione, stare sempre seduto, sentirmi stanco e stressato — avrei negato il momentum stesso: stare male ora per vivere bene dopo. Nel mio caso, non funziona.

Bisogna fare anche cose che non vogliamo fare, è vero. Ma non per la maggior parte del tempo, e non per troppo tempo prolungato.

Lo stress cronico è più nocivo per la salute di fumo, alcol e sedentarietà messi insieme.

Questo progetto vuole essere d’aiuto nella performance sportiva, ma anche nella salute — in quanto professionista del settore.

La performance a scapito della salute: mai.

Il progetto a scapito della salute fisica e mentale: mai.

Questo è il mio “why” non negoziabile. Poi ognuno decide cosa è prioritario per sé, e cosa invece resta flessibile.

I 4 Step necessari per la trasformazione

Per riassumere, ho individuato 4 processi inevitabili per vedere realizzato un cambiamento:

  1. Esplorazione: è la fase di osservazione, di ascolto, in cui rintracciamo la nostra vocina interna. Spesso è talmente palese che ignorarla diventa difficile. Si possono fare anche più esplorazioni insieme. Nel mio caso: farò gravel, MTB o strada? A quali gare o imprese voglio prepararmi il prossimo anno? Voglio un preparatore e un piano alimentare, o preferisco andare a sensazione? Quale bici voglio acquistare? In quale progetto voglio impegnarmi, dedicandogli gran parte del mio tempo? Con quali persone voglio lavorare? Cosa mi fa stare bene davvero? In questa fase resta fondamentale avere un diario e scrivere, buttare giù i pensieri, creare un po’ di ordine dall’entropia iniziale.
  2. Scelta: è la fase di decisione, che segue l’esplorazione. È la fase più critica, quella che spesso precede il cambiamento — ma non è detto che avvenga, se non siamo abbastanza motivati o caparbi. Il consiglio: scegli pochi progetti, massimo 1-3. Sarà più semplice restarci fedele.
  3. Cambiamento: è il cuore del processo. Una volta esplorato e scelto, non resta che l’applicazione. La promessa da fare qui è impegnarsi per abbastanza tempo, prima di mollare o passare ad altro. I risultati sono lenti. Serve fiducia in sé, costanza, errori, pivot, e il rafforzamento della nuova identità che stiamo costruendo.
  4. Consolidamento: è quello che preferisco. Avviare un cambiamento può essere anche piuttosto semplice. La vera difficoltà sta nel mantenimento — restare fedeli alla promessa, prima di cambiare rotta o passare a un nuovo stimolo. Nei percorsi alimentari questo è evidentissimo. Si arriva dal nutrizionista super motivati, pronti a spaccare, come se niente potesse fermarci. Si è bravi per uno, due, a volte tre mesi. Poi si molla, si torna alle vecchie abitudini o si danno nuove priorità. E prima o poi si decide di tornare dal nutrizionista, rimettersi in forma, e ripartire da zero — in un ciclo futile.

Sono quasi convinto che Nietzsche, nella sua visione ciclica del tempo, non avesse tutti i torti.

Nel mio caso, è un’alternanza continua: entropia, e nuovo sforzo per rimettere ordine.

È esattamente questo andirivieni che genera i cambiamenti, i nuovi progetti, le nuove creazioni.

Oggi ho capito chi sono veramente, al di là delle possibili etichetta che la società ci affibbia: un creativo.

Mi piace vedere realizzarsi i progetti che ho immaginato — e che penso possano fare la differenza nella mia vita e in quella degli altri.

L’ambito è quello della nutrizione e performance sportiva, ma anche l’ottimizzazione della salute. È il campo dove posso dare di più, perché lo vivo ogni giorno in prima persona.

Ho ancora tantissimi progetti in testa. Bevande sportive per il post fermentate con i grani di kefir, che chiamerò Core Recovery. Bevande al CBD. Alimenti biofortificati. Un integratore completo per il recupero, a cui sto già lavorando. Gelatine naturali di frutta.

Uno step alla volta, però. Una creazione alla volta. Un progetto per volta.

Se fossi rimasto intrappolato nella routine delle visite, non avrei potuto realizzare nulla di tutto questo.

Spero che anche tu sia sulla tua strada — o che almeno tu abbia individuato ciò che ti fa stare bene.

E in questo viaggio, ricordati di vivere il momentum. Senza andare troppo avanti con la testa, come ammonivano i saggi stoici.


P.S. I percorsi nutrizionali per sportivi si amplieranno e si perfezioneranno. Inizierò ad applicare metodiche come la metabolomica e le analisi ormonali specifiche — per personalizzare al massimo il percorso alimentare, di integrazione e biohacking degli atleti, con maggiore supporto tra un incontro e l’altro. Per ora ricevo solo in sede, presso Vivi Clinic San Marino, in collaborazione con il Dott. Massimo Filippi. In un futuro non troppo remoto valuterò anche i percorsi online — non prima di aver capito come monitorarvi al meglio da remoto.

Dott. Samuele VALENTINI