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Le persone non sanno stare sole.

Hanno bisogno di compagnia costante, stimoli continui, intrattenimento.

E succede non appena sperimentano un po’ di vuoto, silenzio, calma, solitudine.

Devono riempire il prima possibile con messaggi, chiamate, social network, o altre forme di intrattenimento.

Una ragione è biologica: siamo animali sociali, abituati a crescere a contatto con i membri della tribù per milioni di anni.

Un’altra ragione è più profonda, ed è un modo per combattere:

  • la paura dell’abbandono
  • la paura della morte
  • ma soprattutto un confronto più profondo con se stessi

In pratica scappiamo da noi, e siamo in cerca di qualcosa al di fuori.

Siamo sempre dietro a organizzare, a cercare la costante compagnia — anche se non gradita, a volte — ed avere impegni.

Perché siamo poveri dentro. (Parlo in termini generali: so che molti stanno lavorando su se stessi, sennò non leggerebbero questa newsletter.)

La solitudine è una virtù, non isolamento

Schopenhauer diceva che la socievolezza sfrenata è quasi sempre segno di povertà interiore.

Chi ha poco da offrire a se stesso, in pratica cerca fuori quello che non trova dentro.

E più si frequenta il prossimo, più — a suo dire — ci si logora: come i porcospini che si stringono per scaldarsi e finiscono per pungersi a vicenda, così la vicinanza costante con gli altri produce attrito, non calore vero.

E qui aggiungo un’osservazione che ho maturato osservando me stesso e chi mi sta intorno.

Più si sta immersi nella società, nel confronto continuo, nella corsa a chi ha di più o vuole apparire migliore, più si diventa avidi, aridi, gelosi, bramosi.

Non è colpa delle persone in sé.

È il meccanismo stesso della vita sociale moderna: paragone costante, status da difendere, bisogni indotti dall’esterno più che sentiti dall’interno.

Succedeva però anche nell’antica Roma, e gli Stoici ammonivano di stare lontani o frequentare troppo il volgo, la mondanità, la vita frenetica.

Nietzsche andava anche oltre: criticava le convenzioni sociali come una gabbia che uniforma, un “gregge” che impone valori non scelti ma solo ereditati.

Per lui la vera crescita — il diventare ciò che si è — richiedeva di allontanarsi dal branco, anche a costo dell’incomprensione altrui. Non a caso il suo Zarathustra si ritira sulla montagna, in solitudine, prima di poter tornare a parlare agli uomini con qualcosa di vero da dire.

Ma poi Zarathustra si accorse di una verità disarmante: non erano pronti ad accogliere nuova conoscenza, lo spirito aristocratico, e l’avvento del superuomo.

Il lavoro sull’interiorità è il migliore che si possa fare.

Affrontare i demoni, la cruda realtà, sperimentare la solitudine.

Non c’è allenamento migliore che si possa fare.

Gli stoici parlavano di amor fati: accettare, fino ad amare, il pathway — il percorso, seppur tortuoso, pieno di incognite e sfide, che ci offre il destino, il fato, o più semplicemente il verificarsi degli eventi.

Questa accettazione porta a concepire il fato come qualcosa di necessario e intrinseco al nostro agire, e pertanto tanto vale accettarlo e concentrarsi su ciò che possiamo cambiare.

Si allenavano letteralmente a sopportare il cambiamento degli eventi prima ancora che si verificassero, in modo da tenersi pronti.

Un po’ come l’arte della guerra, che veniva affinata durante la pace.

Che cosa realmente possiamo cambiare dunque? Il nostro io. L’interiorità.

La ricerca costante di soddisfazioni al di fuori porta a frustrazione, scoramento, insoddisfazione.

Potere, gloria, denaro, status.

La stessa performance sportiva rientra facilmente in quest’ultimo elenco.

Rincorrere sempre il risultato, la forma fisica, l’upgrade delle classifiche — la carriera agonistico-sportiva — non è sano.

L’ossessione solo poche volte batte il talento, e il più delle volte può portare alla delusione.

Specie quando le aspettative non incontrano i risultati.

E nello sport è ancora più facile che nella vita e nel lavoro di tutti i giorni.

Per questo ho introdotto la figura del superatleta.

Entità completa, capace di trovare soddisfazione massima nella competizione con se stesso, nell’upgrade delle qualità non solo fisiche, ma anche mentali, spirituali.

La performance non è che il riflesso di un lavoro sì fisico, ma anche mentale. È la consapevolezza dei propri limiti e capacità, che non si costruisce certo in pubblico.

Nel giro lungo consueto del bar del sabato mattina, quasi sempre in modalità gara, dopo scatti e contro-scatti, e due ore di fuoco, ci siamo presentati allo start di una lunga salita, che avevo già affrontato a una gran fondo nel 2018.

Arrivato ai piedi, dopo un bel lavoro di cambi insieme a un altro ciclista con cui ero rimasto solo davanti, l’ho ringraziato della collaborazione e ho decisamente cambiato marcia, facendo la mezz’ora di salita sopra i 300 W medi, nonostante presentasse anche dei falsopiani.

Volevo dimostrare la mia condizione fisica ottimale a tutti? No.

Volevo staccare di ruota l’unico rimasto con me? No.

Avevo in mente un obiettivo personale, e non certo dimostrare niente a nessuno.

Ricordate che agli altri interessa poco — o al massimo si immaginano loro, tra qualche tempo, riuscire a compiere le tue performance o superarti. Tanto vale evitare di esibirle per il puro gusto di mettersi in mostra, come fanno molti.

Nel mio caso volevo ancora una volta battere un record personale: proprio quello del 2018, quando pesavo 64 kg, ero scalatore leggero, e ricordavo quella salita fatta molto forte nella gran fondo — o almeno era la percezione.

Questa volta, più pesante, con pedalata diversa, con maturazione mentale e fisica maggiore, ho affrontato tutta la salita con pedalata rotonda e di passo, con il 53 davanti.

Risultato? Meglio del 2018 di soli due secondi.

Non voglio inimicarmi nessuno — anzi, scoprire ed esprimere tutto il mio potenziale.

E per farlo ho capito che servono momenti di assoluta solitudine, ricerca del proprio io autentico, interiorità.

Quel “grazie” prima della salita non era una provocazione, e ha spiazzato lo sportivo rimasto con me. Avrà pensato: “ecco il solito montato, dà già per scontato che mi staccherà di ruota” — anche perché poi gli ho detto quanto durava la salita, a scopo puramente informativo, visto che lui non la conosceva.

La consapevolezza, l’autostima, la fiducia nei propri mezzi fanno miracoli.

Mi sono chiuso nella mia bolla di fatica, ho spento il cervello per trenta minuti, e mi sono concentrato totalmente sul gesto: sulla rotondità della pedalata, sul prossimo tornante, sempre in spinta, mai in calo.

Il record personale è quindi frutto anche della maturità mentale raggiunta.

Solo io, nessun altro che mi aprisse la strada o mi stimolasse ad aumentare. La mia vocina interna, a suggerirmi di mantenere ogni volta il passo elevato — specie sul finale, quando il gioco si faceva duro per la pendenza.

Allenati nell’esplorazione del sè

La forma fisica, l’allenamento vero — ma anche il successo in generale, in qualsiasi campo ci si impegni — si costruisce in silenzio.

Spesso nella solitudine.

Senza il confronto continuo con gli altri, senza la loro costante presenza, senza il parere di amici, parenti, genitori. Andando diritto al sodo, con massima essenzialità.

Per questo sto riconsiderando, sotto un altro punto di vista, l’autentica e vera solitudine. Il termine ha una connotazione quasi negativa.

Potrei dire meglio: l’esplorazione del sé.

Ed è proprio questo che Nietzsche chiamava a fare chi voleva davvero diventare se stesso, la persona autentica che siamo.

Allontanarsi dal rumore del consenso, dalle opinioni ricevute, dalla morale del gregge — non per disprezzo del prossimo, ma perché nessun valore autentico nasce dal comitato, ma dal silenzio di chi ha il coraggio di ascoltarsi.

È un atto di benevolenza magnifica.

Quando non ti serve per forza la compagnia, l’uscita al ristorante, lo shopping, gli eventi, o anche solo i social per renderti felice.

Molti potrebbero dire: ma la bicicletta, lo sport? Neanche.

Quando raggiungi la pace interiore, sposi l’amor fati, ogni evento non tocca il saggio, che rimane imperturbabile di fronte alle situazioni della vita.

Per questo ho deciso di entrare in una nuova fase della mia vita, condita anche con un po’ di solitudine.

Siamo da poco entrati nella stagione autunnale, e mi preparo a rintanarmi nei miei pensieri, nei miei obiettivi, nella pace interiore, nelle letture.

Domenica scorsa infatti, il giorno dopo il record personale sulla salita, ero a Milano, e ho deciso di non sentirmi con i ciclisti con cui ero avvezzo uscire nel periodo universitario.

Ho optato per un giro meditativo lungo il naviglio pavese, 90 km di pianura, lontano dallo stress del traffico, nei miei pensieri.

Nel mio caso, questa consapevolezza è la più bella che potessi mai sperimentare in 31 anni di vita.

È una liberazione enorme: capire di non avere davvero bisogno di niente e di nessuno per la felicità, o quanto meno di pochissime cose/persone.

Una sorta di minimalismo interiore che però dona tutt’altro che qualcosa di minimale — un senso di liberazione massimale.

Niente e nessuno: status, denaro, compagnia costante, amicizie, macchina più bella, e così via.

E anche se dovessi avere uno di questi, o più, so che potrei farne a meno.

Ciò di cui ho davvero bisogno — a volte impellente — sono poche cose:

  • la pace interiore, la calma degli animi
  • l’osservazione del sé e dei pensieri
  • la contemplazione della natura
  • la fatica e lo sport di endurance, se possibile
  • una missione, un obiettivo per cui impegnarsi, ma non generico
  • un po’ di solitudine

Quest’ultima prevale sulla necessità degli altri. Di questa ne posso fare a meno — ma non certo di un momento tutto per me.

La chiamo fase di building, e la equiparo un po’ a un letargo. Della serie: ci rivediamo in primavera.

Il lupo della steppa

Nel caso della missione, la mia è molto chiara per adesso: aiutare gli sportivi a ottenere o sbloccare una performance e una salute migliore, grazie all’integrazione, alla nutrizione, al biohacking.

Per adesso la sto perseguendo attraverso dei catalizzatori:

Ho ancora in serbo tantissimi progetti, ma mi piace focalizzarmi su uno o due alla volta, in questo caso tre, per dargli la giusta e assoluta priorità, come detto anche nell’utlima newsletter.

Siamo finalmente vicini inoltre alla nuova variante di gusto del Vale100, il Berry Fuel, con frutti di bosco pieni di antiossidanti, in particolare mirtillo e ribes nero. Hanno proprietà straordinarie, e se riusciamo ad integrarli nel Vale100 non potremo che beneficiarne.

La prima settimana di ottobre ultimeremo i test pratici a livello di palatabilità, gusto, igroscopia, e direttamente durante lo sport — oltre al rapporto ideale tra ribes e mirtillo.

Se andranno a buon fine, presto il Vale100 si amplierà con una nuova variante che colorerà la vostra borraccia di nero/violaceo.

In questa fase di vita, lo spirito epicureo-lucreziano sta prevalendo su quello stoico e sociale.

Il lupo della steppa fa la sua apparizione, ed è in grado di cacciare senza il branco.

La solitudine diventerà un atto di gentilezza verso noi stessi, di priorità per le nostre esigenze, i nostri bisogni, i nostri obiettivi.

E potrà corrispondere a:

  • più allenamenti in solitaria, contemplando la natura
  • camminate
  • massima concentrazione e dedizione verso i propri obiettivi
  • un periodo di massa muscolare
  • meditazione giornaliera, per entrare ancora più in sintonia con il proprio io
  • cena presto, intorno alle 19-19:30
  • a letto presto, ideale entro le 22:30
  • sveglia presto, intorno alle 6-6:30

Niente scuse. Modalità uso in aereo, o non disturbare.

Troverete quindi anche più contenuti online: sulla pagina VALE, sul mio profilo IG, e sul canale YT.

A presto.

Dott. Samuele VALENTINI