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Come reinventarsi e realizzare i propri sogni

Quasi tutti, a un certo punto, smettono di sognare.

Non di colpo. Piano.

Da bambini abbiamo grandi sogni.

Diventare campioni, esploratori, inventori.
Poi arrivano le bollette, le aspettative che si scontrano con la realtà.

E gli obiettivi si abbassano di livello, un anno alla volta, fino a diventare sempre più piccoli.
Ma neanche da emozionare.

Ci si accontenta.

La vita si fa monotona, prevedibile, uguale a se stessa.
Il lunedì come il martedì, gennaio come giugno.

E poi ci sono quelli che l’ambizione ce l’hanno ancora.
Il sogno è lì, scritto da qualche parte, magari in una nota del telefono.
Ma non si muovono.
Aspettano il momento giusto, il segnale, la certezza.

E il momento giusto non arriva mai.

La trappola della sicurezza

Ti dicono anche come fare per avere successo.

La solita storiella:
“studia, laureati, trova un lavoro sicuro, meglio se in azienda dalle 9 alle 17, e presta il tuo tempo per arricchire una società.”
Ora, con quella sicurezza in più, vai in banca e fai un mutuo, comprati una casa, sposati, fai dei figli.
Tanto poi ci sarà la pensione, e avrai tempo per rilassarti e stare in natura.

Nel mio caso, la versione era un’altra, ma la logica identica:
visita più persone per unità di tempo, amplia il parco clienti, diventa un nutrizionista di successo grazie al passaparola.
Riempi le giornate di appuntamenti, mail, chiamate. Aumenta i prezzi, trova una clinica di successo.
Fai più diete possibile, vai in tv, alle conferenze, fatti menzionare sui giornali.

Ho fatto tutto questo per 6 anni, partendo proprio dal periodo covid, nel 2020.

E ho capito però che il mio vero obiettivo non era “avere successo”.
Non come lo intende la società, i genitori, gli amici. E il tuo ego.

Siamo una specie attendista

C’è anche una spiegazione scientifica, e non ci fa onore.
Si chiama status quo bias: Samuelson e Zeckhauser, già nel 1988, mostrarono preferiamo lo stato attuale anche quando l’alternativa è oggettivamente migliore.
E Gilovich e Medvec, nel 1995, hanno osservato che nel lungo periodo rimpiangiamo molto di più ciò che non abbiamo fatto di ciò che abbiamo fatto.

Siamo una specie attendista.

Ma la fisica dice un’altra cosa.

Esiste un principio brutale, l‘entropia: un sistema lasciato a se stesso tende al disordine, all’equilibrio piatto, all’immobilità.
Schrödinger, in “Che cos’è la vita?”, spiegò che un organismo vivente resta tale solo se continua a importare energia per mantenere il proprio ordine.
Vivere è uno sforzo continuo contro l’appiattimento. E’ un disequilibrio totale, un continuo scambio di informazioni con l’ambiente esterno.

Il corpo spende tantissimo per mantere la suddetta omeostasi.
Il comfort assoluto somiglia più all’equilibrio termico che alla vita.

Nietzsche lo aveva capito bene.
Zarathustra, a trent’anni, lascia il suo paese e il suo lago e sale sui monti.
Non ci va per fuggire. Ci va per ascoltarsi, per esplorare quello che ancora non conosce di sé.

E ci lascia una frase che continuo a rileggere:

“Bisogna avere ancora del caos dentro di sé per partorire una stella danzante.“

Il caos, l’ignoto, la montagna.
Non sono il nemico del cambiamento. Sono la materia prima.

Quando l’esoscheletro dell’aragosta non supporta più la crescita delle membra interne, pensate che si accontenti di rimanere in quella situazione cronica di stress e sofferenza?

No.

L’aragosta sa benissimo che sta arrivando una fase non facile.
Si nasconde, è vulnerabile, senza corazza.
Ma lo accetta, perché la fase successiva sarà migliore: la liberazione da un fardello che l’aveva accompagnata negli ultimi tempi, e un senso di libertà rinnovato.

Noi invece restiamo anni dentro la nostra corazza.
Sentiamo attrito, stress, la sensazione che non faccia più per noi.
E ci accontentiamo.

E proprio però quando arriva una fase di decrescita o di plateau, in cui tutto sembra piatto e senza più significato, quello è il momento di cambiare. E’ quando la nostra seconda voce interna ci dice cosa è davvero benefico per noi, ma abbiamo smesso di ascoltarla da anni.

E’ sopita, sopperita, senza vera potere in capitolo.

Gli step pratici per reinventarsi

Ma come si fa a cambiare, a reinventarsi?

In due parole: devi riconsiderare il modo in cui pensi.

E non è facile, riprogrammare la mente.
Reinventarsi non è prima di tutto una questione di lavoro, città o attrezzatura.


È un processo mentale, prima ancora che materiale.


E va rinnovato ogni giorno: ogni mattina puoi riconsiderare chi sei e chi vuoi essere, o rinforzare la nuova identità che hai scelto. In questa fase tenere un diario scritto è il regalo più bello ed efficace che puoi farti.

Il pensiero plasma ogni cosa.
Civiltà, futuro, cultura, identità, società.

Ed è disarmante quanto lo stiamo bombardando, per certi aspetti distruggendo.

I social, i WhatsApp continui, le email, le mille distrazioni ci fanno uscire dal flusso di pensiero.

E il flusso di pensiero è quello che ci permette di creare davvero, di essere produttivi, di fare passi avanti.


Le ricerche di Gloria Mark, all’Università della California, mostrano che il tempo medio di attenzione su uno schermo è sceso a circa 47 secondi.
Una volta perso il flusso, o perché non ci siamo mai entrati, rimaniamo in pasto alle distrazioni.

E spesso vittime del pensiero comune.

Se lavoriamo in un settore, o abbiamo un’area di interesse, un hobby o uno sport, consumiamo lo stesso materiale online di tutti quelli che hanno lo stesso interesse: è l’algoritmo che funziona così.
Ed ecco che diventa molto più facile avere le stesse idee o aspirazioni. E, anche se sembrano non convenzionali, lo diventano.

Il pensiero si omologa, si appiattisce, fino a creare un credo comune.

Capite quanto ciò che decidiamo di leggere, vedere, frequentare plasmi la nostra identità?
E poi la somma delle identità, cioè la società, quindi il pensiero comune?

Un tempo era la TV, e il pensiero di quelli che avevamo attorno.
Oggi è tutta la mole di informazione digitale che ci passa sotto gli occhi e ci fagocita senza che ce ne accorgiamo.

Per questo ritengo prioritario fare un passo indietro.

Una rivoluzione interna, con la tradizione.

(Quella esterna la stiamo portando avanti con Carnivore Company, che presto evolverà di nome.)

Quanta gioia può dare una lunga lettura?
Un pensiero più forte e identitario, sviluppato e spiegato nel corso di un testo?

E soprattutto applicato! Non sono fautore dei romanzi, o del leggere tanto per.

Preferisco leggere qualcosa che mi smuove, mi cambia, mi evolve, e che posso poi applicare e toccare con mano.

Allenarmi alla nuova identità.

Leggere un libro è una piccola rivoluzione all’indietro, uno step verso la tradizione.
Scrivere un diario anche.

Riacquisiamo la capacità di concentrarci, e anche il lavoro andrà meglio.

Condisci il tutto con pause strategiche in natura, quindi con un’attività programmata, e stai facendo un’operazione di rebooting cerebrale straordinaria.

Questa è solo la base: disintossicarsi da reel, video brevi, TikTok, informazione veloce, news, cronaca nera.
È come il fast food nel campo alimentare.
Ti gratifica e ti sazia al momento, poi ti lascia vuoto, magari più affamato, con un grado di dipendenza in più.

È anche per questo che la mia fonte principale di informazione sono contenuti lunghi: una newsletter di fedelissimi, pochi ma buoni, e il canale YouTube.
È la base per avere spirito critico, visione, maggiore capacità di scelta.

Solo a questo punto possiamo ragionare con la nostra testa.

Per reinventarci serve uno sforzo mentale, o meglio una re-visione.

La facciamo alla nostra auto, ma mai alla nostra mente, obiettivi, missione.

Paradossale no?


Allenare la mente, il pensiero, la concezione della realtà attuale e del nostro ambiente ad aprirsi a una nuova realtà.

Dobbiamo in pratica pensare, muoverci, allenarci, parlare e comportarci come la persona che vorremmo essere.

Abbiamo la capacità di condizionare la mente, di costruirci un mondo interiore che dà, in ultima analisi, una visione unica del mondo.

Siamo esseri estremamente malleabili.

Il nostro cervello è plastico non per caso.

Anche nella fase adulta sono stati riscontrati fenomeni di neuroplasticità.

E se vogliamo vedere il lato positivo, possiamo continuamente decidere di reinventarci.


Nella vita, nel lavoro, nello sport, nella sfera sociale.

Per farlo serve un ascolto dell’interiorità: chi siamo davvero, cosa ci piaceva fare da piccoli.
In questo, meditazione e visualizzazione sono catalizzatori, acceleratori straordinari.

Non è solo suggestione: gli studi sulla pratica mentale, come quelli di Pascual-Leone sui pianisti, mostrano che immaginare un gesto modifica già la corteccia motoria.
Vale per reinventarci, ma anche per ogni piccolo cambiamento che speriamo accada.

Quando una situazione ci sta stretta, è inutile continuare a restarci.

Anzi dannoso, per noi stessi e per gli altri.
Dobbiamo cambiare, per il nostro bene.

Evolvere.
Trasformarci.

Come fanno i Pokémon. O Goku in Dragon Ball, per chi è della mia generazione.

E non è nemmeno contro natura, anzi.
La specie umana è nata e si è evoluta come popolo di nomadi e cacciatori: lo siamo stati per milioni di anni.
Siamo nati, vissuti e plasmati per vivere nell’insicurezza del domani, del cibo, del caldo, di un riparo, delle insidie.

E perché oggi accontentarsi di ciò che è sicuro e confortevole, se non ci dà gioia e soddisfazione?

Nel processo di attuazione del progetto di cambiamento, meglio adottare alcune precauzioni.

Nel mio caso ed esperienza specifica, consiglio:

  1. Non essere troppo duro con te stesso: fire your coach.
  2. Ascolta la vocina interna: listen your inner voice.
  3. Rimuovi le vecchie abitudini che ti tenevano ancorato alla vita precedente, specie se negative.

È possibile che, anche dopo aver raggiunto gli obiettivi desiderati, tornino queste sensazioni.
Non è un problema.
La vita è evoluzione, cambiamento, trasformazione.

La mia reinvenzione

Vi racconto cosa sto facendo io, magari può essere uno spunto.

Con il tempo ho capito che il mio obiettivo non è mai stato davvero “avere successo”.

È sempre stato aiutare gli altri grazie al bagaglio di conoscenze acquisite e in fase di acquisizione.


Ma anche fare sport, stare in natura e vivere una vita piena, di cui essere soddisfatto.


E poi elevare la performance della condizione umana, e in questo caso con il progetto superatleta.

Rinchiuso in ufficio a dietificare e visitare clienti a macchinetta, mi sono reso conto che non era possibile. O almeno non nel grado che volevo per me.

Solo dopo tempo ho capito di essere, prima ancora che un nutrizionista (un’etichetta della società), un creativo.

E ogni creativo, poi, realizza un progetto nella realtà, non solo nella sua mente: la migliore scuola di vita.
E quando crei, realizzi e offri certi servizi, raccogli feedback positivi, per alcuni sei diventato un imprenditore.

Possiamo dare qualsiasi etichetta, o rinchiudere certe attività in un nome, e mi va bene.
Anzi, se mi aiuta a entrare nella nuova condizione, la accetto con tutto me stesso, come molla motivazionale al cambiamento.

Quindi sì: sono un imprenditore, un creativo, un filosofo, uno scienziato, e tutto quello che serve per fare come l’aragosta.


Abbandonare la vecchia corazza, il fardello, liberarmi per poi tornare a nuotare più veloce.
Per alcuni, volare più in alto, o qualsiasi altra analogia vi faccia sentire bene.

I sogni dobbiamo scriverli, visualizzarli, cucirli addosso, toccarli con mano, tutti i giorni.

È per questo che ho deciso di fare all-in su Vale Sport Nutrition.

Creare e formulare nuovi prodotti naturali per l’endurance è ciò di cui abbiamo più bisogno, come sportivi che vogliono migliorare la performance ma attenti a salute e ingredienti.

Basta affidarsi ai soliti brand multinazionali dell’integrazione, per vendere su larga scala usano materia prima scadente e conservanti.

So che molti di voi hanno già usato, e stanno usando, il primo prodotto, il Vale100, e mi hanno dato feedback straordinari.
Voglio dirvi che siamo solo all’inizio. Stiamo già testando la versione ai frutti di bosco neri quali ribes nero e mirtillo, il Berry Fuel per l’appunto.
Arriveranno molte novità: per seguirle al meglio comunichiamo con una semplice pagina Instagram e via mail.

Ho rimesso in discussione anche lo sport.
E ti invito a farlo per ogni area di tuo interesse: ascolta i feedback del tuo corpo e della tua mente, prima ancora di quelli degli altri.

Nel mio caso era chiaro da anni.

Ho raggiunto una gran bella condizione, con più di 5 W/kg nel ciclismo su strada.
Una conoscenza eccellente dei miei mezzi come atleta, grandi abilità sia da scalatore che da passista.
Il ciclismo su strada è quello per cui sono portato, talentuoso o come lo volete chiamare, avendo iniziato da piccolo. Basta poco allenamento per avere già buoni risultati.

Ma ho capito che lo stress del traffico e della strada superava il piacere dell’attività fisica.

Perché faccio sport?
Per staccare dalla routine e, soprattutto, per stare in natura. Oltre che per conoscere me stesso.

Ma tra il rischio di essere investiti (considerate che in Italia muore un ciclista investito ogni giorno e mezzo!), lo smog e i pericoli vari, ho deciso che per il prossimo anno mi dedicherò all‘off-road.

So di essere meno predisposto.
Ma vale la stessa domanda che ci siamo fatti per il lavoro.

Mi interessa di più il piacere personale, ascoltare le mie inclinazioni, o puntare al mero successo di classifica?

E allora inizierò una nuova avventura di scoperta personale, attraverso la mountain bike.

Non il gravel, per un semplice motivo: amo molto di più le montagne, i single-track, le scalate, che i percorsi piatti e noiosi su ghiaia.
Per questo una biammortizzata è molto meglio di un telaio rigido come quello da strada portato su off-road.
Le articolazioni ringraziano, e il divertimento è molto maggiore.

Il nostro territorio, inoltre, si presta più alla MTB, con tanta varietà di paesaggio in pochi chilometri: Appennini, colli, montagne vere, pinete e così via.
Non viviamo in America!

Ma la MTB, per me, è anche altro.

Zero traffico.
La mente non ha niente di cui preoccuparsi.
Resta solo il sentiero, il respiro, la traiettoria. So che se sbaglio è per colpa mia, o perché mi ha attraversato un animale selvatico al massimo, non di un automobilista distratto o frustrato.

È un mezzo per esplorare la natura, e allo stesso tempo un mezzo introspettivo.
L’attività diventa rigenerante, non più stress.

E non è solo una sensazione. Guardate questo studio:
Lo studio di Bratman e colleghi (2015) ha mostrato che una camminata di 90 minuti in un ambiente naturale riduce la ruminazione e l’attività della corteccia prefrontale subgenuale, un’area legata ai pensieri negativi ripetitivi.
Cosa che non accade in un ambiente urbano o trafficato.

E quando sviluppiamo nuove abilità, il cervello adulto si rimodella davvero.
Imparare cose nuove, oltre a cambiarti la vita, cambia fisicamente il tuo cervello.

So già che per riuscire a salire o scendere in un percorso tecnico dovrò scendere anche 100 volte, fino a che alle 101 sarò in grado finalmente di farlo, grazie all’apprensione di un nuovo gesto motorio.

E come sempre, quando decidiamo di essere costanti in uno sport, è meglio partire da un sogno, un macro-obiettivo.

Darsi un obiettivo mediocre richiede la stessa mole di sforzo mentale di uno grande.
Ma significa abbassare al livello di mediocrità noi come persone.

Per questo ho deciso di preparare una delle gran fondo più partecipate e dure del nostro Paese:
la HERO SudTirol Marathon, che si terrà a giugno 2027.

E ovviamente opterò per il percorso Marathon, né il classico né l’intermedio:
86 km per la bellezza di 4.500 metri di dislivello.
Passo Gardena, Corvara, Pralongià, Arabba, Passo Pordoi e Passo Duron.

Avevo già seguito atleti all’evento dal punto di vista nutrizionale, e i feedback che ricordo erano grandiosi.

Ora inizia anche per me una fase di re-invenzione non da poco:
sviluppare doti tecniche molto più che su strada, specie in discesa, allenamenti nuovi, un gesto motorio da rivedere, sentieri nuovi da sbloccare.

Ma è quello che mi entusiasma di più di questo processo.

L’obiettivo super-atleta rimane, ma attraverso una strada diversa nel mio caso specifico.

E la strada? La continuerò, ovviamente, ma in modo collaterale alla preparazione per la MTB.

Documenterò il processo sul canale YouTube: nuove skill sportive, alimentazione, integrazione, biohacking in preparazione alla HERO.

Mi apro a nuove avventure, imprese, possibilità, che prima sentivo solo nella mia interiorità.

Non temo il cambiamento.
Ne divento promotore.

Ora riplasmo me stesso, la mente, gli obiettivi.

Pronto a sperimentare la vita, come un bambino.

A presto.

Samuele