Non puoi allenarti come un dovere.
Tabelle seguite alla lettera.
Nutrizione al grammo.
Se poi alla base manca un elemento fondamentale.
Questo aspetto determina quanto sarai in grado di:
- migliorare
- essere costante nel tempo
Non è una pillola magica, né un tipo di allenamento o di dieta particolare.
Lo sport di endurance tende a diventare un lavoro in più.
Un pensiero in più.
In alcuni casi, uno stress aggiuntivo ai doveri della vita.
Tabelle, watt, zone, pressione del risultato, gare in cui dobbiamo performare.
E fare meglio della gara precedente, o di quella dell’anno passato.
Dopo anni si ottimizza tutto, tranne la cosa che tiene davvero in piedi l’abitudine sana all’attività fisica.
In questa newsletter vedremo perché è così importante riscoprire questa qualità, e quali benefici porta.
Come trovare piacere nello sport
Proprio lo scorso weekend ho provato una sensazione unica durante l’allenamento, quasi ascetica.
Erano anni che non la provavo, e ormai sono diventato bravo ad ascoltarmi, per questo l’ho colta e percepita a pieno.
Gioia, benessere, pace interiore.
Ho avuto quasi un’illuminazione: è questo che devi fare, è lì che devi essere per stare bene.
Ho pensato proprio: hell yeah, ci siamo finalmente.
Ero dentro un castagneto della Brianza, e il giorno dopo sui monti sopra Lecco (Piani Resinelli).
Con la mia nuova MTB, il profumo del bosco e del muschio umido, il suono degli uccellini, gli scoiattoli che attraversavano, il suono della pioggia sulle foglie, il verde che mi abbracciava mentre faticavo.
E la risposta che cercavo è arrivata presto: questo è il luogo in cui voglio essere qui ed ora, nessun altro.



Sterrati fantastici, salite, discese divertenti, single trek, percorsi tecnici, uniti a capacità di guida e di scelta.
La scelta di dove mettere la ruota dura frazioni di secondo, mentre sali o scendi, e determina il flusso della pedalata, l’ergonomia, e se riuscirai a rimanere in piedi.
E poi quel silenzio disarmante, quel suono curativo della natura: niente più traffico, smog, macchine che rimbombano sull’asfalto, clacson, persone incivili.
Tutt’altro, un mondo nuovo, ma non del tutto: chiamerei una riscoperta.
Ho capito che, a questo punto, non mi interessa più solo la performance in senso stretto.
Quale sensazione nella pratica ho potuto provare sulla mia pelle?
Ho sperimentato un effetto benefico che i giapponesi chiamano Forest Bathing.
L’immersione nel bosco, un toccasana per la mente e il corpo.
Viene studiato anche come supporto in alcune condizioni, per esempio per la pressione arteriosa.
Gli studi sono piccoli, ma vale la pena citarli:
- Pressione: una meta-analisi di 20 studi ha trovato che la pressione sistolica e diastolica nell’ambiente forestale era significativamente più bassa che in quello non forestale. Una meta-analisi successiva su RCT non ha trovato un effetto significativo sulla pressione, ma una riduzione significativa della depressione. [1]
- Cuore e umore: una meta-analisi recente riporta una riduzione della frequenza cardiaca di circa 4 battiti, e meno tensione-ansia e depressione. [2]
- Cortisolo: viene spesso citata la meta-analisi del 2019 (Antonelli), ma i risultati non sono uniformi: sul cortisolo e sulla pressione l’evidenza di una differenza costante tra ambienti era minore. [3]
Qualcuno avrà già capito di quale elemento parlavo all’inizio, quello che tiene in piedi l’abitudine dell’allenamento.
Ed ha un riscontro molto più positivo dell’effetto benefico dell’immersione in natura.
Il vero elemento fondante di questa abitudine d’oro è il piacere di farla.
Molto semplice.
Lo sentiamo dire da sempre: dai genitori, dagli amici, a scuola.
Devi trovare qualcosa che ti piace, che ti emoziona, che ti fa staccare dalla vita quotidiana.
In pratica un gioco.
Lo scrivo alla luce anche dello studio che ho affrontato del testo “Il Gioco e gli Sport”, un’enciclopedia monografica del lontano 1958. Ho rinvenuto questo testo nella mia taverna tra la polvere, ma la sua lunga lettura in età giovanile era stata illuminante. Un manuale di più di 600 pagine che affronta l’argomento.
Vi cito l’introduzione, vale la pena prendersi un momento e leggerla (altrimenti puoi saltare questa parte e procedere).
Forse agli inizi del mondo il gioco fu soltanto una forma dell’istinto di conservazione della specie, poi fu esercizio di necessità, per affinare le primitive tecniche di difesa e di lavoro, e nei bimbi espressione, come nelle nascenti manifestazioni artistiche, della società che si andava costituendo.
Da allora, e lungo tutto il corso della sua storia,
l’uomo ha espresso con il gioco il desiderio di una libertà mai raggiunta, di un’affrancazione dalla necessità utilitaria.
Oggi le recenti conquiste della scienza, il progresso tecnico, le nuove fonti di energia stanno favorendo una sempre maggiore libertà, almeno fisica, dell’individuo e della collettività che potrà consentire, per la prima volta dai primordi, di superare il lavoro conservando memoria e capacità di rendere creativo il nostro tempo di gioco.
Se tale fiducia è fondata, avrà inizio allora l’età aurea del gioco, che non va ricercata in un remoto passato, ma prevista in un prossimo avvenire.
E queste parole sono state scritte prima ancora dell’avvento del primo PC (1981), social network, smartphone, e oggi intelligenza artificiale (AI).
E sono d’accordissimo che la tecnologia dovrebbe liberarci dal lavoro.
Lo spazio che si potrebbe liberare con una possibilità molto concreta in futuro nella nostra giornata, non dovrebbe essere impegnato diventando dipendenti della suddetta tecnologia.
Non per trascorrere più ore sui social, più seduti sul divano, o per fare più acquisti.
Il vero potenziale tempo libero dovrebbe essere dedicato ad una attività di svago, di vero piacere e relax, e quale migliore dello sport e del gioco. Che rivelazione!
Per alcuni potrebbe essere la lettura, lo studio, o altre passioni.
Per me è rappresentato dal movimento in natura.
Eppure siamo tutti troppo concentrati su un altro elemento, che prende il sopravvento.
Sto parlando del risultato.
E non potevo che aspettarmelo, in una società occidentale basata su numeri, risultati, performance, confronto e iperindividualismo.
Se non porti risultati, tanto vale non continuare.
L’ho sperimentato in prima persona, e lo vedo ora da nutrizionista che segue atleti di alto livello.
Dilettanti che dichiarano di voler appendere la bici al chiodo qualora non riescano nel salto al professionismo.
Lo stesso vale per i giovani calciatori.
L’agonismo, il risultato, la performance pura non dovrebbero mai slegarsi del tutto dalla parte ludica.
Come nel tao orientale: lo yin e lo yang, la componente forte e quella più goliardica.
Ci devono essere sempre due medaglie, non opposte ma complementari.
Non mettiamo tutte le uova in un paniere.
Se quel paniere cade, siamo fritti, insieme alle nostre uova, e rischiamo di non mangiare.
La mentalità occidentale ragiona proprio così: punto tutto lì, o la va o la spacca.
E gran parte delle volte arrivano grandi delusioni e botte nei denti.
Che sia il lavoro, la famiglia o lo sport, questa mentalità univoca ci fa trascurare tutto il piacere del resto della vita.
Quando capiremo che più tensioni, pulsioni, desideri, comportamenti e interessi possono convivere tranquillamente nel vasto ecosistema della nostra personalità e interiorità, saremo già un passo avanti.
Non sono la vita, il caso o la sfortuna a sbatterci addosso quando ci rendiamo conto che un obiettivo non è più realizzabile, tutt’altro.
È proprio come abbiamo deciso noi, in prima battuta, di interpretare gli eventi.
Se non vinco devo riprovarci. Se non faccio top ten sono scarso. Se non passo PRO posso anche smettere.
Esistono costi concreti in questo approccio così orientato al risultato:
- allenamento vissuto come performance anche quando non serve
- stress cronico in più
- aderenza che crolla drasticamente appena la motivazione cala
- cervello mai davvero staccato
- monotonia di percorsi, stimoli e gesto atletico
Il risultato non basta: il vero sport
Un allenamento che stressa la parte muscolare e metabolica è un bene.
Un allenamento che stressa anche quella mentale, specie in modo cronico, assolutamente no.
Siamo nella società della performance e non possiamo negarlo: nel lavoro, nelle relazioni, nella scalata sociale, in politica, e pure nello sport.
La differenza è che lo sport ha una componente agonistica, e la dichiara apertamente.
Non siamo qui a negare la sua essenza.
Solo che questa parte non può e non deve prevalere sulle altre o prendere del tutto il sopravvento.
E’ chiaro che siamo plasmati da questo anche a causa della TV, social, gare e campioni preferiti che seguiamo con assiduo interesse.
E a scriverlo è un atleta che pratica sport fin dalla tenera età, con tanti anni di agonismo e gare alle spalle.
Sono arrivato a questa conclusione solo passandoci, attraversando quei momenti, esplorando varie situazioni di gara.
Non è il frutto di un pensiero di prima mattina, magari passeggero.
Il confronto con gli altri, la classifica, il numero attaccato, dare il massimo, le dinamiche di gara sono esperienze estremamente formative, voglio chiarirlo.
Anzi, consiglierei a chiunque di cimentarsi in una qualche forma di gara, da quella più turistica a quella più agonistica.
Non a caso ho in programma la HERO Südtirol Marathon 2027, 80 km per 4500 D+.
È solo che, dopo un certo tempo passato a gareggiare, competere, ottenere buoni risultati e così via, vorrei che ci fosse come elemento preponderante anche il divertimento.
Da piccolo ho iniziato a 5 anni a gareggiare nelle giovanili di ciclismo.
Poi ho militato in squadre di calcio, sempre nei settori giovanili.
Appena maggiorenne ho sentito il bisogno urgente di cambiare, di tornare agli sport di endurance dopo quelli di squadra.
Poi mi sono specializzato nel ciclismo rispetto a corsa e nuoto, tornando al primo amore.
In tutti questi anni, però, ho sempre inserito, bene o male, qualche uscita su sterrato: un elemento che faceva quasi da collante, comune a tutta la serie di sport, sci incluso.
Oggi, a 32 anni, ho deciso di dare più sfogo e spazio alle ruote grasse, all’off-road, a tutto ciò che mi porta lontano dal caos e mi permette di passare un po’ di tempo in natura, divertendomi come un bambino.
Quale accoppiata perfetta.
Proprio lo scorso weekend, dopo una discesa tecnica ma divertente da guidare, mi sono chiesto: perché ci sono arrivato solo adesso?
E acquistare una bici di ottima gamma è stato lo stimolo, il primo passo per favorirne l’utilizzo.
È lo stesso concetto di stimolo-risposta di cui abbiamo parlato nella newsletter del weekend scorso.
Solo la vista della bici in garage mi fa venire voglia di prenderla e uscire.
Per altro ho notato che la richiesta energetica è maggiore in questo tipo di gesto, più ruspante, più di forza e di intelligenza.
Dopo neanche 40 minuti dalla partenza, mentre scalavo il bosco verso la cima dei Resinelli, ho avvertito la fame.
Una cosa che non mi capitava da anni, anche perché avevo fatto colazione abbondante poco prima.
In pratica la MTB, e tutto ciò che è trail e off-road, richiede un maggiore introito energetico e di carboidrati, essendo uno sport più glicolitico di altri, ed essendoci più salita.
Guardate due dati a proposito (rilevati su ciclisti da gara):
- Nel cross-country olimpico, il 37% della gara è sopra la seconda soglia ventilatoria, con un’intensità media dell’87% del VO2max e il 25% del tempo sopra la potenza aerobica massima, in scatti brevi alternati a fasi di bassa intensità. [4]
- Nella salita più ripida (15-20%) la frequenza cardiaca media era di 179 battiti, con circa 420 W. [5]
- Nelle maratone XC, la frequenza cardiaca media era dell’82% della massima, con un dispendio stimato di circa 60 kJ al minuto: circa 860 kcal/ora. [6]


La MTB è quindi uno sforzo intermittente e ad alta intensità, con forti richieste energetiche, e sottoalimentarsi è facile.
È facile perché si è molto concentrati sul gesto e sul non distrarsi: anche solo un attimo può risolversi con una caduta.
Ed è qui che sono quasi sicuro sia più difficile essere regolari con l’alimentazione.
E qui può venire incontro il Vale100: carboidrati liquidi da bere, per introitare energia velocemente.
Ed è quello che ho fatto durante le pedalate nel bosco, tra castagneti e montagne lombarde.
Ribes e mirtillo: i benefici nello sport
Il motivo della mia presenza in Brianza era il test in laboratorio della nuova variante di gusto del Vale100, il Berry Fuel con mirtillo e ribes nero.
Abbiamo testato gusto, palatabilità, impaccamento e, soprattutto, il miglior rapporto tra i due frutti: da un 50-50 a uno più spostato verso il mirtillo (dal 70-30 fino al 90-10).



La fase 2 prevedeva la prova sul campo e, essendo atleta oltre che nutrizionista, l’ho fatta in prima persona.
Ecco le mie sensazioni:
- gusto ancora più morbido e leggero della versione all’amarena
- tolleranza intestinale perfetta, sia in zona alta che in Z2
- ho avuto la sensazione di un maggiore effetto lipolitico in Z2, cioè di tenuta
- gusto notevole: apprezzo le note sia di mirtillo sia, più acidule, del ribes
- ancora meno dolce della variante al Cherry
L’ho provato sia con la dose da 100 g di CHO sia con quella da 50 g.
La prima volta 50-50, la seconda 90-10.
Nel prossimo allenamento mescolerò le due miscele per ottenere un rapporto 70-30, così da raccogliere altri feedback personali.
L’iter è lo stesso del primo Vale100: formulazione, test personale, poi test su atleti della zona, preordine, produzione.
Perché proprio ribes e mirtillo? Perché ci sono studi scientifici.
Prima ancora del gusto, ho voluto mettere davanti l’effetto benefico.
Il ribes nero è propizio per la performance e per l’ossidazione dei grassi.
Lo studio chiave è di Cook et al. (2015, Eur J Appl Physiol): in 14 ciclisti, 7 giorni di estratto di ribes nero (105 mg di antocianine al giorno) hanno aumentato l’ossidazione dei grassi del 27% a circa il 65% del VO2max e migliorato del 2,4% una cronometro da 16,1 km. [7]
Strauss et al. (2018) lo hanno replicato nelle donne: +27% di ossidazione dei grassi in 120 minuti di pedalata a intensità moderata, con livelli più alti a riposo di acidi grassi circolanti e glicerolo, compatibili con una maggiore lipolisi. [8]
C’è anche un effetto dose: con circa 210 e 315 mg di antocianine al giorno, l’ossidazione dei grassi era più alta del 22% e del 24% in 2 ore a circa il 65% del VO2max.
Nel Berry Fuel scelgo il frutto intero crioessiccato e non l’estratto di sintesi, per mantenere la matrice naturale del frutto. Va detto che gli studi citati qui sono stati condotti su estratti, non sul mio prodotto ovviamente. Del resto l’uso della frutta crioessiccata nell’integrazione energetica per l’endurance è una novità assoluta.
Il mirtillo e i frutti rossi in generale mostrano ottimi risultati anche per il recupero.
La meta-analisi di Kimble, Jones e Howatson (2021) ha analizzato 39 studi sugli effetti delle antocianine alimentari sul recupero dopo l’esercizio.
Ha rilevato più capacità antiossidante subito dopo l’esercizio, meno dolore muscolare (DOMS) a 24 ore, potenza migliore a 24 e 48 ore e creatin-chinasi più bassa a 48 ore. [9]
Sul fronte performance, la review di Cook e Willems (2019) ricorda che gli effetti sulla prestazione, in assenza di un precedente sforzo muscolarmente dannoso, sono meno chiari: si vedono per il ribes nero ma meno per la ciliegia, quindi dipendono dalla fonte.
Dal dovere al gioco in 3 step
Per riassumere, ciò che ho capito è che dobbiamo avvicinare, o spostare, il dovere verso il gioco e il divertimento.
Soprattutto se non pratichiamo sport per lavoro e non abbiamo ambizioni agonistiche ogni domenica.
Meglio se in natura, e sostenuto da una nutrizione adeguata.
Secondo la mia esperienza, tre ingredienti sono fondamentali per essere costanti con l’attività fisica, di cui conosciamo bene i benefici:
- Fun: se non c’è divertimento, l’allenamento non dura a lungo e rischiamo di stufarci, o di smettere del tutto.
- Natura: bosco, silenzio, niente traffico (shinrin-yoku) nel mio caso, ma in generale meglio se prevale un elemento naturale. Tra socialità e natura, preferisco la seconda: se devo scegliere tra un corso di pilates o yoga in una stanza chiusa, o una palestra al chiuso, e farlo da solo all’aperto, scelgo la seconda.
- Esplorazione: nuovi luoghi, nuove sfide, cambiare disciplina se serve. È l’essenza dello sportivo: un esploratore per natura, non un combattente come spesso si crede. Esplora paesaggi, la propria performance, la propria interiorità. È un viaggio, ed è anche formativo.
Sono convinto che concepire lo sport come gioco sia la chiave per divertirsi, restare costanti, unire le persone, rinforzare i rapporti e vivere una vita più piena.
Lo scrivo anche alla luce di quel famigerato testo che ho riscoperto Giochi e sport del 1958.
Vi lascio l’apertura del primo capitolo per chi è curioso di approfondire, altrimenti saltate pure questa parte.
La prima cosa da dire è che il gioco è sempre esistito: è nato con la nascita del primo uomo, o addirittura del primo animale, o – perfino – appena il nostro pianeta uscì dalla condizione di ammasso fiammeggiante di materia indistinta.
La vita sin dai primi timidi accenni […] la vita dei tempi dei mostri antidiluviani, del primo primate, del primo quasi-uomo, è subito – in un certo senso – gioco. […]
Si può affermare che questa è una definizione filosofica del gioco. Un bambino che gioca a nasconderella (a nascondersi: con tutte le variazioni di dover richiamare l’attenzione di colui che sta sotto, o di dover raggiungere il bando, la tana, il tocco, senza essere visto; di poter liberare solo se stesso o tutti quelli già presi), questo bambino ovviamente non sa di ‘ filosofare’; e probabilmente si annoierebbe se un adulto pretendesse di spiegargli perchè agisce in quel modo.
Ma i ragazzi crescendo complicano i propri giochi, li rendono sempre più difficili sia da un punto di vista fisico sia da un punto di vista intellettuale; e a poco a poco incominciano a distinguere tra ‘ gioco’ e ‘studio’, tra ” studio’ e ‘lavoro’, tra ‘gioco’ e ‘sport’. Questa distinzione avviene di solito naturalmente, cioè tradizionalmente. I ragazzi sanno, perchè glielo dicono gli adulti o espressamente con parole, ordini – adesso è venuto il momento di non giocare, smettila di bamboleggiare, non sei più un bambino che perde tutto il tempo a giocare – o con l’esempio della propria vita, con i gesti d’ogni giorno di chi è intorno a loro ragazzi, con l’esempio della società in cui sono immersi; i ragazzi sanno che c’è una differenza tra giocare e lavorare, sembra loro di saperlo come se glielo dicesse una voce interna. Ma in verità accettano, subiscono, come i loro genitori e i genitori dei genitori, una situazione che si è andata creando senza la loro partecipazione; oppure con una partecipazione esclusivamente passiva.
Per questo è utile sforzarsi di trovare un perchè, assieme a loro, con la loro collaborazione. In fondo, come hanno detto molti pensatori e studiosi, la difficoltà di capire che cosa è il gioco deriva soprattutto dal fatto che questa attività è peculiare dell’infanzia (d’ogni tempo; e dell’infanzia del mondo), e quando gli adulti ci mettono le mani sopra procedono per ricordi (assolutamente distorti dagli anni che si sono accumulati), o per approssimazioni derivanti dallo ‘stare a guardare’ chi gioca, che è come spiegare il sole dicendo: è una palla rotonda e luminosa…
Ma allora il gioco sarà forse spiegabile solamente da chi vi partecipa e nel momento in cui vi partecipa? E siccome l’infante, il bambino di tre anni, il ragazzetto di otto, anche il ragazzo di dodici anni (o il selvaggio, di ogni età; e i primi uomini apparsi sulla terra) non possono spiegare, non hanno la mente preparata a riflettere su cose astratte, il gioco rimarrà senza spiegazioni o, meglio, si dovrà continuare a ripetere: il gioco sono i giochi, tutti i giochi di tutti gli esseri viventi nel momento in cui vengono compiuti?
Più avanti il libro osserva che il gioco coincide con la vita stessa: si ripete identico in ogni bambino, in ogni luogo e in ogni epoca, tanto che i secoli si condensano nei pochi mesi tra la nascita e i primi passi.
Ammette poi che una definizione così vasta è inutilizzabile, e che a spiegare davvero il gioco può essere solo chi lo vive mentre gioca.
È ciò che il superatleta non deve mai perdere.
Il superatleta non è quello che si allena di più.
È quello che ha capito perché lo fa, ed è in grado di giocare e divertirsi mentre allena corpo e mente.
Per anni ho pensato che lo sport fosse un lavoro in più.
Watt, zone, tabelle, risultato.
Poi un sabato mattina, in un castagneto in Brianza, ho sentito una cosa che non misuravo da tempo.
Silenzio.
Pace.
E una voglia pazza di scendere ancora, e poi ancora, di divertirmi.
È lì che ho capito.
Il superatleta si regge su tre pilastri.
Il gioco.
La natura e l’esplorazione.
La padronanza (la conoscenza).
Perché sì, la performance conta.
Ma non si costruisce a pezzi a sè stanti.
Il superatleta è un olobionte.
Un organismo intero, non un mero motore meccanico con un serbatoio.
Quindi lavora insieme su:
- nutrizione, per avere energia quando serve
- mente, per restare sereno nel gesto e sotto sforzo;
- integrazione, per colmare ciò che l’allenamento consuma;
- biohacking, per misurare, aggiustare e ottimizzare.
Quando queste aree lavorano insieme, il risultato arriva e ci si sente realizzati.
E arriva senza togliere nulla al piacere.
Questa è la strada che voglio costruire insieme a voi.
Per questo ho formulato un’altra variante di Vale100 – Berry Fuel: per darci energia quando il gioco si fa più duro, senza dover pensare ad altro che al divertimento.
L’ho testato nel mio laboratorio e sul campo, nello stesso weekend.
Appena abbiamo deciso il giusto rapporto Ribes-Mirtillo apriremo i preordini sulla homepage del sito ufficiale valesportnutrition.
Nel frattempo, un compito per questa settimana: esci.
Scegli un sentiero, un bosco, una strada nuova.
Lascia a casa l’obiettivo performance.
E divertiti.
Il resto verrà da sé.
Citazioni bibliografiche:
- Ideno Y. et al. (2017). Blood pressure-lowering effect of Shinrin-yoku (forest bathing): a systematic review and meta-analysis. BMC Complementary and Alternative Medicine. https://doi.org/10.1186/s12906-017-1912-z
Does Forest Therapy Have Physio-Psychological Benefits? A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials. International Journal of Environmental Research and Public Health (2022), 19, 10512. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9518146 - Short-term cardiovascular and mental health responses to Shinrin-Yoku (forest bathing): a systematic review and meta-analysis. Frontiers in Psychology (2026). https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2026.1707829/full
- Antonelli M. et al. (2019). Effects of forest bathing (shinrin-yoku) on levels of cortisol as a stress biomarker: a systematic review and meta-analysis. International Journal of Biometeorology. Sintesi comparativa con altri studi su pressione e cortisolo: https://www.scienceopen.com/document/vid/34c48cf3-ec4f-466c-9c6c-78903c356392
- Understanding the Physiological Requirements of the Mountain Bike Cross-Country Olympic Race Format. https://hal.archives-ouvertes.fr/hal-01960506
- Relative vs. absolute physiological measures as predictors of mountain bike cross-country race performance. Journal of Strength and Conditioning Research. https://eprints.utas.edu.au/7078/
- Metcalfe J. The Physiology and Bioenergetics of Ultraendurance Mountain Bike Racing. Tesi, University of Central Lancashire. https://clok.uclan.ac.uk/2824
- Cook M.D., Myers S.D., Blacker S.D., Willems M.E.T. (2015). New Zealand blackcurrant extract improves cycling performance and fat oxidation in cyclists. European Journal of Applied Physiology, 115(11), 2357-2365. https://doi.org/10.1007/s00421-015-3215-8
- Strauss J., Willems M.E.T., Shepherd S. (2018). New Zealand blackcurrant extract enhances fat oxidation during prolonged cycling in endurance-trained females. European Journal of Applied Physiology, 118(6). https://eprints.chi.ac.uk/id/eprint/3386/
- Kimble R., Jones K., Howatson G. (2023). The effect of dietary anthocyanins on biochemical, physiological, and subjective exercise recovery: a systematic review and meta-analysis. Critical Reviews in Food Science and Nutrition, 63(9), 1262-1276. https://doi.org/10.1080/10408398.2021.1963208