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Migliorare è un gioco: raggiungi l’eccellenza

Sin da bambino ero attratto dal miglioramento.
Non sapevo che un giorno ci avrei dedicato una newsletter, né che sarebbe diventato il centro del mio lavoro: aiutare le persone a migliorare salute e performance.
E soprattutto non immaginavo che sarebbe diventata la mia ossessione.

Avevo circa 5–7 anni quando provavo già a capire come vincere le gare giovanili di ciclismo. Venti chilometri sembravano un’impresa, ma raggiungere il primo paese in collina durante allenamento era già una grande soddisfazione.
Alla volta successiva, con mio padre (che correva in mountain bike), cercavamo ogni volta un percorso più lungo e impegnativo, magari anche con meno traffico.

Chiedevo consigli su come affrontare la fatica, fare la volata finale in gruppo, gestire le energie.
Un grande classico era vedere bambini partire a tutta, come se il traguardo fosse alla prima curva. E poi scoppiare.

Così iniziai a vincere qualche gara sfruttando la ruota giusta, attaccando al momento migliore, alzando le mani in volata.

Quelle lezioni mi tornarono utili anche nel secondo sport a cui mi dedicai: il calcio.
Rispetto ai compagni, passavo molto più tempo a migliorare fuori dagli allenamenti.
I primi anni finivo spesso in panchina. Ma invece di scoraggiarmi, trasformai quella frustrazione in ossessione: migliorare velocità, tecnica, gesto atletico, il tiro.

Passando di categoria e cambiando allenatori, iniziai a essere notato per qualità fisiche e tecniche che non erano frutto del caso o di una “genetica fortunata”.
Palleggiavo ore nel garage di casa, facevo partite simulate con mio fratello, sfruttavo ogni campetto o calcetto per mettere altra legna sul fuoco.
Ogni giorno era un mattoncino per diventare il giocatore che volevo essere.

E lo diventai davvero: fascia destra tecnica, dribbling e cross precisi, ottimi assist e anche goal.
Arrivai a giocare campionati importanti: la Primavera del San Marino (al tempo categoria Berretti) e poi in quella del Santarcangelo, al tempo in Serie C.
Professionismo a tutti gli effetti.

L’impegno era massimo: allenamenti quotidiani, trasferte lunghe, ritmi elevati.
Ma trascurai gli studi per un periodo limitato. Persi un anno e dovetti ripetere la quarta superiore.
Fu lì che decisi di lasciare il calcio.

Volevo costruirmi un futuro diverso, ma sempre nel campo della performance e della salute.
Decisi di studiare meglio, imparare l’inglese, capire come apprendere in modo più efficace.

Scelsi Biologia e poi la magistrale in Nutrizione alla Statale di Milano.
Uscii con il massimo dei voti da entrambe le lauree.
Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma a me stesso: volevo sapere di poter raggiungere l’eccellenza grazie all’impegno.

Riuscivo a sostenere ritmi di studi lunghi e intensi senza distrazione, giornate intere. Questo fu ripagato da una magistrale conclusa in un anno e mezzo o poco più. Sessioni da 7-8 esami anziché i due-tre canonici.

Il miglioramento è l’essenza della vita

Non ho mai veramente mai smesso con lo sport.
Dopo il calcio arrivò il triathlon. La mia prima gara? A 17 anni, in un lago.
Una fatica mai provata prima, peggio che sui campi da calcio o in bici da ragazzino.
Uscì quasi ultimo dall’acqua, col fiatone per tutta la gara. Ma dentro di me stava tornando quella scintilla: il gioco del miglioramento.

Ero poco allenato, ma capii presto quanto l’allenamento contasse, soprattutto negli sport di endurance.
Scelsi il triathlon senza sapere bene il perché, forse per essere uno degli sport più duri in assoluto.
Nell’estate del 2013, alla soglia dei 18 anni, mi sentivo perso. Avevo provato tutto quello che “un ragazzo di paese” doveva provare: uscire, fare tardi, alcol, sigarette, ragazze… ma niente mi dava la stessa energia.

Con il triathlon tornava il senso: andare a dormire presto aveva uno scopo, svegliarsi all’alba per pedalare era molto stimolante.

Ricordo che la mia attuale compagna, allora sedicenne, usciva la sera tardi con amici. Io la chiamavo al ritorno dai miei giri per farmi raccontare com’era andata. Ma non invidiavo nulla.
Col tempo, anche lei si è appassionata allo sport.
Oggi, a 28 anni, è un’atleta di alto livello nella corsa: 17’51” nei 5.000, 35’50” nei 10.000, 1h17’ nella mezza maratona.
Si è tuffata anche lei nel gioco del miglioramento. Cura ogni dettaglio: alimentazione, allenamento, mindset.

Non mi prendo meriti che non ho, se non per la sua alimentazione e integrazione.
E forse un pizzico di riprova sociale.
Stare in un ambiente stimolante può fare la differenza.

Questa è la vera cultura sportiva: non “devi fare sport perché fa bene” o “perché se no ingrassi”, ma perché è parte del tuo stile di vita.
Il miglioramento non si impone. Si vive.

Ma ogni gioco ha anche i suoi rischi.
Lo scrivo spesso anche sul blog: ossessione, overtraining, burnout, e nei casi peggiori l’abbandono.

L’ossessione batte il talento? Sì.
Ma deve essere misurata.
Serve un metodo, un piano, azioni concrete.
Non basta desiderare, dire, promettere. Bisogna fare.

Affidarsi a un nutrizionista è già un primo passo.
Avere un piano di allenamento è il secondo.
Ma niente estremismi: non serve una dieta rigida né allenamenti massacranti.

Il miglioramento è esponenziale, e arriva a picchi.
Ci sono momenti di stallo dove sembra non succedere nulla, anche se fate tutto bene.
È lì che molti mollano.

Immaginate una salita in bici.
Non è tutta uguale: ci sono strappi al 18%, e tratti più regolari, o falsopiani.
Nel falsopiano si fa fatica ma sembra di non salire.
È il plateau. Ma stai comunque crescendo.
E poi arrivano i picchi: le accelerazioni, le gambe che girano meglio, la testa più lucida, il superamento dei muri.
Abbi fede nel processo.

Trust the process si sente dire spesso, e devo dire che hai il suo senso.

Chi cura i dettagli, nel tempo ha un vantaggio.
Non solo si allena.
Conta i carboidrati.
Sa quanti g/ora gli servono.
Ha un piano per il prima, durante e dopo l’allenamento.
Conosce i tempi di recupero, il valore del sonno, delle proteine, dei micronutrienti.

Va bene mangiare riso, ma non siamo solo benzina.
Servono anche micronutrienti, sodio, potassio, vitamine, lipidi, cofattori, amminoacidi essenziali.
E più il cibo (o l’integrazione) è naturale, e più ci nutriremo nel profondo.

Purtroppo oggi gran parte del cibo e degli integratori è industriale.
Non ha senso allenarsi bene e poi riempirsi di conservanti solo per chiudere una sessione.

Il mio metodo alimentare in gara: il Giro del Mito

Per restare motivato, spesso programmo eventi o gare.
Domenica 13 luglio ho concluso una delle granfondo più dure della stagione, il Giro del Mito, con un ottimo 27° posto assoluto.

130 km per 3000 mt D+ nelle montagne appenniniche.

Il livello era altissimo, anche con ex-professionisti in griglia.

Avevo pianificato una strategia di scarico/carico glicogeno:

  • Lunedì–Giovedì: low-carb, solo frutta, verdura e un po’ di succo post-allenamento come uniche fonti di carboidrati
  • Venerdì: 10 g CHO/kg = 670 g
  • Sabato: 12 g/kg = circa 800 g

Allo start mi posiziono bene, tengo la prima salita di 10 km ad un ritmo folle, sempre con i primi, poi mi stacco leggermente, ma rientro in discesa e nel falsopiano. Stringo i denti perché so che il gruppo è vicino e riesco a rientrare, la fatica è ripagata.

Alla seconda grande salita, il Passo della Calla (15 km), non riesco più a seguire i primi e decido di entrare in una sorta di auto-gestione.

L’integrazione fila perfetta:

  • 40 g CHO in cima alla prima salita (gel)
  • altri due gel prima della seconda
  • prima barretta solida dopo lo scollinamento della seconda salita
  • gel salino a parte
  • CHO liquidi (maltodestrine/fruttosio 2:1) in borraccia per tutta la gara

La discesa sotto la pioggia diventa un inferno. Rischi ad ogni curva. Scelgo la prudenza e decido di mollare l’idea di rientrare sui primi per salvaguardare la pelle.

Nelle ultime salite tengo il ritmo con altri due ciclisti, ma sull’ultima (5 km con rampe dure) attacco e riesco a staccarli, arrivando da solo al traguardo di Bagno di Romagna.

Ho tenuto una strategia da 90 g CHO/ora ben bilanciata tra liquidi e solidi, con integrazione salina nonostante la giornata non caldissima (ma molto sudata).

Sono soddisfatto: bella progressione, gestione mentale, e tanto miglioramento ancora in corso.

Ho documentato tutto in un video sul mio canale YouTube.
Se ti va di commentare o fare domande lì, sarà un piacere.

Buona visione e… alla prossima lettera.

Dott. Samuele VALENTINI